lunedì 31 dicembre 2012

Acabou!

Il 9 gennaio 2012 è cominciata la mia esperienza di Servizio Civile.
Formazione di qualche settimana a Mondovì intervallata da qualche giorno di servizio a Roma e il 24 febbraio la partenza per Pesqueira.
È quasi passato un anno, un anno che apparterrà per sempre alla mia vita, che mi ha formato, che mi ha dato tanto e che mi sarà di aiuto, spero, per il mio futuro.
Adesso vi scrivo da casa, la mia originaria casa a Roma; sto passando le festività natalizie in famiglia e fra qualche giorno chiuderò questa esperienza tornando a Mondovì, per una valutazione conclusiva con tutti gli altri ragazzi partiti come me e destinati ad altre città brasiliane.
I bimbi del PODE, i ragazzi dell’ASEVI, gli educatori che per tutti questi mesi mi hanno aiutato e che sono stati per me un aiuto ormai li ho già salutati, qualche giorno prima di partire.
Non è stato un addio.
Certo, andare in Brasile non è come andare a Frascati (per chi non lo sapesse è un paesino a 20 minuti da Roma...) ma ho la certezza che le occasioni per rivedersi non mancheranno; e se non si presenteranno, si farà in modo di crearsele.
L’ultima settimana prima della mia partenza l’ho trascorsa tra festeggiamenti in preparazione al Natale e valutazioni finali dell’anno appena trascorso.
L’ASEVI ha chiuso le attività con una festa in cui sono stati invitati tutti i bambini e i rispettivi genitori.
Si è inscenato un presepe vivente e gli stessi ragazzi hanno fatto una rappresentazione teatrale sulla Natività.
Non è mancato Papai Noel (Babbo Natale) né tanto meno sono mancati i doni per tutti i bimbi.
Al PODE invece si è celebrata una messa con tutti i ragazzi disabili, a cui ha seguito un pranzo con le famiglie.
In Brasile le vacanze non sono negli stessi mesi italiani: l’anno scolastico inizia dopo il carnevale, a metà febbraio, per finire intorno al 20 dicembre.
D’altronde questi sono i mesi più caldi, è estate, per cui è anche ragionevole che in questi giorni si resti a casa.
Ho lasciato 40° per trovarne, una volta sceso a Fiumicino, 10!
Sensazione decisamente strana quella di trovarmi vestito con maglioni, sciarpa, guanti, cappello di lana quando una settimana fa giravo per Pesqueira con pantaloncini e maglietta smanicata.
Ammetto che negli ultimi giorni ho lasciato un po’ stare questo blog; erano le ultime settimane che avrei trascorso a Pesqueira e non è stato facile trovare qualche ora per poterlo aggiornare...
Malgrado ciò, spero che fino ad oggi vi sia stato utile per conoscere un po’ di più la realtà brasiliana, anzi, mi verrebbe da dire la realtà pesquerense, dato che il Brasile può essere considerato un continente a sé.
Rileggendo alcuni articoli che ho scritto all’inizio, mi rendo conto di aver raccontato tanti particolari e aspetti a cui adesso non faccio più caso e che mi sembrano anche abbastanza stupidi; se dovessi riscriverli adesso, credo che 3/4 delle mie descrizioni verrebbero cancellate, ma quando li ho pubblicati non avevo questa percezione.
Mi sembrava, anzi, era realmente tutto una sorpresa e ogni novità mi sembrava degna di essere descritta.
Con questo ultimo post chiudo qui la mia esperienza “interattiva” e posso dire: ACABOU! FINITO!
E' stato bello, spero utile e sono certo che non mancheranno le occasioni per poterci parlare, d'ora in avanti, personalmente per meglio descrivervi ciò che ho vissuto...

martedì 11 dicembre 2012

Rio de Janeiro

Queste due settimane appena trascorse mi hanno mostrato ancora un lato diverso di questo Brasile: Goiània, capitale dello stato del Goiâs, e Rio de Janeiro.
È stato per me periodo di ferie, ma non si sono dimostrati giorni di turismo; ho visitato gli altri volontari del servizio civile con cui sono partito a febbraio e con i quali ho svolto la formazione in Italia.
Anche loro hanno scelto come meta di questa esperienza il Brasile, stando accanto a ragazzi con problematiche di diversa natura.
Ho conosciuto le realtà nelle quali prestano servizio e sono molto contento di aver visto con i miei occhi situazioni e condizioni di vita che a Pesqueira ancora non sono arrivate, o per lo meno se ci sono, sono presenti in maniera diversa.
Ho pensato un po’ su cosa scrivere e alla fine sono arrivato alla conclusione che vi racconterò solo qualche dettaglio di Rio che più mi ha colpito.
Faccio un'aggiunta.
Questo blog che sto scrivendo è gratuito e oggi ho scoperto che ha alcune limitazioni: tra queste c'è la quantità di foto e video che posso inserire.
Con questa ultima foto qui di seguito ho esaurito il limite di immagini per cui da adesso in avanti per la vostra felicità se avrò intenzione di scrivere altri post, questi saranno senza foto né video...
Pesqueira è una cittadina, Rio de Janeiro è una metropoli completamente differente e credo che non si possa dire di conoscere il Brasile senza essere stato, anche solo per un giorno, a Rio.
Gli argomenti che affronterò sono due: il “Complexo do alemão” e “Crackolandia” (mi dispiace Daniele, ma la vita mondana che ci siamo concessi potrai sentirla solo direttamente da me...).
Due realtà diverse ma appartenenti allo stesso contesto di povertà e degrado sociale.
Il Complexo do alemão non è altro che il nome dato ad una delle innumerevoli favelas presenti a Rio.
Dovete immaginare queste stranominate favelas come immense distese di baracche le une addossate sulle altre che occupano grandi aree di diversi quartieri.
Questo complexo ad oggi conta circa 60.000 persone e dall’alto si rimane scioccati dalla distesa apparentemente infinita di tutte queste semplici abitazioni.
È stato un peccato aver scelto una giornata non molto favorevole per poter girare, dato che ha piovuto dal mattino fino al pomeriggio, per cui anche la vista che si aveva salendo la funivia non era paragonabile a quella che si ha durante una giornata di sole; malgrado ciò è stato lo stesso impressionante.
La funivia che appunto sovrasta tutto questo complexo è stata costruita recentemente, una struttura moderna che sarà costata anche abbastanza denaro; secondo gli italiani che ci hanno accompagnato lungo questa passeggiata, questa funivia è stata costruita solo ed esclusivamente per motivi turistici.
Quando in occasione delle prossime GMG 2013, Coppa del Mondo 2014 e Giochi Olimpici 2016 Rio de Janeiro, e più in generale il Brasile, sarà infestato da milioni di turisti e persone provenienti da ogni dove, grazie alla funivia di recente costruzione tutti potranno ammirare e fotografare lo strabiliante quartiere “complexo do alemão”.
Per il momento non è intenzione del governo migliorare questa zona di Rio: la povertà e l’invivibilità delle favelas sembra che verranno sfruttate come attrazioni turistiche.
Questo aspetto risulta essere una contraddizione, poiché ciò che da mesi se non anni si sta assistendo nelle grandi metropoli è la pacificazione delle favelas, ossia l’entrata dell’esercito con sistemi diciamo poco ortodossi per sgomberare tutto e tutti.
Il Brasile quest’anno è diventato la quinta (o sesta, adesso non ricordo...) potenza mondiale, per cui l’immagine che passa per la televisione e internet non deve essere assolutamente quella di un Paese violento e bisognoso di aiuto.
Per questo motivo non si riesce a capire perché il complexo do alemão debba essere utilizzato come attrazione e tanti altri quartieri nelle stesse condizioni debbano essere distrutti dalla violenza militare.
Una tra le miriadi di contraddizioni brasiliane...
La giornata si è svolta sotto un interminabile diluvio mentre passavamo tra le strette e poco praticabili vie di queste favelas.
Eravamo guidati da un gruppo di ragazzi evangelici che passava di casa in casa con il tentativo di recitare insieme alla famiglia alla quale si bussava alla porta, una breve preghiera, dandole l’invito per partecipare ai loro incontri settimanali.
Tanti volti, colori e condizioni unici nel loro genere ma che mi hanno aiutato ancora di più a capire in che luogo fossi finito.
Un aspetto che ha sorpreso tutti noi ma che, riflettendoci su in un secondo momento, è comune alla quasi totalità dei brasiliani è stato l’accoglienza entusiasta e umile delle famiglie.
In tutte le abitazioni in cui mettevamo piede dicevamo al/alla padrone/a di casa che era meglio se non entravamo perché in tal caso avremmo solamente sporcato con i nostri abiti sudici di acqua e quant’altro.
Non avete idea della gentilezza e del sorriso con cui invece eravamo calorosamente invitati ad entrare malgrado tutto!
Questa accoglienza è senz’altro una caratteristica tipica del popolo brasiliano ed è forse una tra le poche abitudini che noi italiani dovremmo imparare ad avere con chi magari incontriamo per la prima volta.
Il pomeriggio è trascorso così, tra i vicoli sperduti di una favelas nel centro di Rio de Janeiro...
Il mercoledì successivo invece è stata la volta di crackolandia.
Avevo avuto un assaggio di quello che sarei andato a vedere con i miei occhi già sabato mattina, nel viaggio dall’aeroporto fino a casa; e forse è stata proprio questa prima “conoscenza” ad avermi aiutato nell’affrontare la mattinata del mercoledì.
Sabato ammetto che è stato un po’ scioccante aver visto la realtà di crackolandia, anche per il fatto che ci siamo ritrovati davanti a questi giovani senza che fossimo stati avvertiti o che ci avessero avvisato di dove saremmo passati con la macchina.
Per “crackolandia” si intende una zona nella quale le persone, per lo più giovani, che fanno uso di crack si stabiliscono e nella quale trascorrono l’intera giornata.
Non esistono case né servizi né nulla di tutto ciò che possa servire ad un comune mortale per poter sopravvivere; ci sono tende improvvisate con buste di plastica, materassi buttati sul terreno sotto gli alberi, banchetti sparsi qua e là.
I giovani che occupano in questo modo il suolo pubblico non sono autorizzati a vivere in queste condizioni, per cui a volte succede che arriva una retata della polizia che fa sgombrare il tutto.
Loro scappano e si vanno ad installare in un’altra parte della città.
La nostra “missione” infrasettimanale è stata quella di entrare in una di queste crackolandia che infestano Rio e di portare vivande, medicine e vestiti.
Non so se avete qualche nozione riguardo il crack; io fino a mercoledì non lo conoscevo nello specifico e grazie a questa esperienza ho capito qualcosa in più.
Questa droga è una pietruzza di colore giallino, quasi ambra, molto dura.
I crackudo non fanno altro che riscaldare questa pietruzza con un accendino e inalare i fumi che ne fuoriescono.
Inizialmente si rimane un po' intontiti e si entra in uno stato di pacatezza e serenità, poi cominciano gli effetti veri e propri.
Non si ha più la sensazione di fame, sete o sonno, non si percepisce il dolore e se si hanno delle ferite aperte non adeguatamente curate queste peggiorano, tanto che si può arrivare all’amputazione.
Ovviamente crea dipendenza e dopo il primo utilizzo il crackudo sente la necessità di aumentarne il consumo.
Un sistema che loro utilizzano per poter inalare i fumi creati dalla combustione del crack è quello di prendere un barattolo di plastica con il coperchio che si può facilmente forare, buttare il liquido che vi è all’interno, mettervi al suo posto la pietruzza, darle fuoco e inalare i fumi che escono dal buco che si era creato.
Per esempio i barattoli degli yogurt.
Sapete che come coperchio hanno la patina in plastica che si tira?
Ecco, loro anziché tirarla fanno al centro un buchino, versano fuori tutto lo yogurt e fanno passare per quel buco la dose di crack.
Bruciandola, i fumi che si creano sono obbligati a passare per quel buco, essendo l’unica apertura del recipiente; loro avvicinano le narici e aspirano.
Questo è il sistema più utilizzato e nella nostra mattinata siamo stati molto attenti negli oggetti che lasciavamo loro, proprio per evitare che fossero un incentivo a utilizzare il crack.
Distribuivamo per esempio dei recipienti con all’interno un succo di frutta, fatto come quelli degli yogurt, ma anziché lasciarli direttamente nelle loro mani, noi stessi li aprivamo e lasciavamo loro solo il contenitore con il liquido, senza il coperchio sul quale avrebbero fatto il forellino
Qualcuno ha chiesto spiegazioni e sembrava un po’ stizzito, ma da parte nostra non c’è stato nessun passo indietro.
Una piccola accortezza che può fare molto...
Ho incontrato tanti giovani in condizioni disumane, lasciati a loro stessi e apparentemente senza prospettive future.
È brutto da dirsi ma allo stato in cui tanti ragazzi sono arrivati probabilmente non avranno alcuna possibilità di fuoriuscita; o meglio, le possibilità gli vengono offerte in continuazione ma andando avanti nell’uso di droga, si arriva ad un punto di non ritorno, in cui a parlare non è più la persona ma la sostanza stessa.
Credo fermamente che nessuno di quei ragazzi che ho incontrato riuscirà a disintossicarsi o meglio ancora a cominciare una vita “normale”; eravamo circondati dallo sballo più totale e vi confesso che nasceva dentro di me un grande sentimento di tristezza nel momento in cui mi fermavo a pensare a quello che mi stava capitando intorno.
Paura non ne ho mai avuta: sono ragazzi che certamente non ci stanno molto con la testa ma quasi da tutti ho sempre ricevuto un ringraziamento per quello che stavamo facendo.
Lo stesso don Renato ci ha spiegato che la violenza non appartiene molto al loro mondo; nel momento in cui entrano in possesso di un’arma, la loro principale e unica preoccupazione è rivenderla, per potersi in seguito comprarsi del crack.
Tanta povertà, se non miseria, non solo fisica, materiale ma soprattutto valoriale.
Chissà cosa pensano di loro stessi, se si fermano qualche secondo a pensare a quello che hanno fatto e stanno facendo, se oltre alla droga danno importanza a qualcos’altro o qualcuno.
Quello che ho visto è stato spensieratezza più totale unita a disinteresse per qualsiasi altra cosa all’infuori della droga.
Sì, la possibilità di avere un futuro migliore ce l’hanno, ma avendo visto quelle condizioni non credo che qualcuno di loro voglia e riesca a cambiare.
Non è bello dire ciò, e me ne rendo conto, ma la realtà è questa; se non sono loro i primi a farsi aiutare nessuno riuscirà nell’intento di liberarli.
Don Renato non fa altro che rispondere alla chiamata di amare qualunque essere umano, al di là di tutti gli errori che questo possa aver commesso.
Ha un grande carattere, per noi in tante occasioni anche da irresponsabile, ma ci siam detti che se non avesse queste e tante altre caratteristiche non riuscirebbe a fare quello che tutti i giorni fa con i ragazzi di strada e non solo.
“Complexo do alemão” e “crackolandia” sono certo che rimarranno nella mia mente per parecchio tempo; sono contento di aver conosciuto queste realtà, contento ovviamente non perché esistono, ma perché ho avuto un’altra opportunità di vedere con i miei occhi quanta miseria c’è, e quanta fortuna ho avuto nell’essere cresciuto in un contesto umano e sviluppato, lontano da tutto ciò.