giovedì 20 settembre 2012

Volkswagen


Giovedì scorso al PODE è venuta uma equipe/turma (una squadra, gruppo) di persone che lavorano presso la Volkswagen per vedere con i propri occhi la realtà del PODE e per girare un video che ben raffiguri il lavoro che viene svolto presso ogni sala.
Ma questa visita non è stato un caso, una “improvvisata” dell’ultimo minuto.
Il PODE, a differenza dell’ASEVI, è un’entità di pubblica utilità, riconosciuta perciò dal governo e parzialmente sovvenzionato sempre da quest’ultimo.
Il denaro che però lo Stato dà a questa associazione ovviamente non è sufficiente a coprire tutte le spese che il PODE quotidianamente deve affrontare.
Per cui per riuscire a rientrare nel bilancio a fine anno, il PODE deve fare affidamento a donazioni, investimenti esteri e non e concorsi pubblici e privati.
Uno di questi progetti è stato sponsorizzato dalla Volkswagen: tra 598 associazioni che hanno presentato la domanda di partecipazione, ne sono stati scelti solo 9 in tutto il Brasile.
E tra questi c’è proprio il PODE!!
È stata una gran fortuna rientrare tra i vincitori, e ciò comporta la possibilità di utilizzare R$ 40.000 (circa € 15.500) come meglio si crede; inoltre il film, girato giovedì scorso, verrà proiettato a São Paulo di fronte tutte le associazioni vincitrici e i promotori di questo progetto.
Già dalla settimana antecedente l’arrivo del gruppo della Volkswagen, il PODE è stato “tirato a lucido” a partire dalle sale fino allo sgabuzzino più dimenticato del mondo.
Il parchetto rimesso a nuovo, tinta passata su ogni parete leggermente sbiadita, lavaggio di ogni piccola parte, cambio anche del più minuscolo pezzo arrugginito...
È stato senz’altro un bene che sia arrivata questa turma, sia per i soldi vinti sia per questa messa a nuovo.
Credo che gli ospiti se ne siano andati a fine giornata molto contenti e colpiti dal lavoro mostrato dalle educatrici.
Con Serena stavo parlando del fatto che a vincere progetti o concorsi è quasi sempre il PODE e molto raramente, se non addirittura mai, l’ASEVI.
Ci siam chiesti il perché e forse la ragione sta nel fatto che il disabile rispetto al bambino di strada suscita nella coscienza delle persone un maggiore sentimento di tenerezza e quasi dolore per la sua situazione.
Non mi è difficile immaginare che di fronte ad un ragazzo senza braccia che suona il tamburo con le dita dei piedi la maggior parte dei commenti possa essere: “Povero ragazzo! Guarda che forza ha nel vivere...”.
Mentre un bambino che ha perso il papà perché drogato e che ha una mamma ubriaca non suscita tanta compassione.
La causa della disabilità è secondo me molto più diretta nel cuore delle persone di qualunque altra.
Con questo non voglio assolutamente dire che il PODE non si merita tutti i premi vinti e che il suo lavoro è inferiore a quello dell’ASEVI, anzi, ben vengano questi progetti!
Credo solo che la disabilità impietosisce molto di più rispetto a tanti altri problemi che però sono altrettanto gravi, se pur su un altro campo.
Sapere che tutto il lavoro che viene svolto all’ASEVI sia del mattino che del pomeriggio non è riconosciuto dal governo brasiliano lascia un po’ di amaro in bocca e confesso che è abbastanza triste sapere che bambini, il futuro della società, con diverse problematiche alle spalle non vengano minimamente presi in considerazione...
Non so se un giorno la situazione potrà mai cambiare, ma me lo auguro con tutto il cuore perché rimanendo ad oggi sono gli stessi brasiliani che si stanno condannando ad un futuro sempre peggiore non prendendosi cura proprio dei più piccoli.

domenica 9 settembre 2012

Tutti in marcia, anche voi excluìdos!

Il 7 settembre si festeggia in Brasile la liberazione del Paese dalla dominazione portoghese.
È un giorno festivo per cui non si va a lavoro.
In occasione di questa data si organizzano qui a Pesqueira due eventi, distinti ma collegati.
Il primo è il “Grito dos excluìdos” (grido degli esclusi) e il secondo è “o desfile” (la sfilata, parata).
Il Brasile è rimasto sotto la corona portoghese fino al 7 settembre 1822, giorno in cui il figlio del re portoghese, il reggente in Brasile Pietro, proclamò l’indipendenza della colonia sud americana al grido: “indipendenza o morte!”.
Da questa data in poi questo Paese così enorme ha cominciato piano piano a camminare con i propri piedi...
L’iniziativa della marcia degli esclusi è nata esclusivamente per un fatto di ideologia.
Politicamente è vero che il 7 settembre segna la fine della sottomissione del Brasile al Portogallo, ma davvero con questa giornata si sono lasciate alle spalle tutte le concezioni e i pregiudizi che di fatto legavano questo Paese alla nazione europea?
Nel 1994 si è dato inizio a questa marcia perché la domanda che ci si poneva e ci si pone tuttora è: “siamo veramente indipendenti o ancora siamo schiavi della povertà, della ricchezza, dei pregiudizi, della violenza, dell’orgoglio??”.
Questa manifestazione è un grido per fa capire a tutta la popolazione che in realtà ancora devono essere fatti passi da gigante perché il Brasile (ma basta dire anche la semplice Pesqueira) sia libero.
E così, la sera del 6 settembre, erano presenti comunità di indios Xucurù, fortemente discriminati malgrado si trovino nella terra dei loro “padri antenati”; un gruppo di ballo della capoeira; alcune classi di scuole elementari che hanno svolto anche una rappresentazione, per proclamare educazione e gioco come diritti inviolabili dei più piccoli; tanti gruppi di donne che hanno gridato contro la violenza e lo sfruttamento sessuale; gruppi cattolici e non con vari slogan.
Sono tanti i problemi denunciati, dai più basilari come il diritto alla salute, all’acqua, alla sicurezza, per arrivare a livelli forse un po’ più irraggiungibili in quanto diretto riferimento alla politica, come la corruzione o la ricchezza esagerata della stessa casta.
Insomma, una denuncia della città alla città stessa perché le persone si possano svegliare e possano smuovere delle acque che da troppo tempo sono ferme.
Il giorno dopo invece la grande sfilata di fronte la cattedrale di tutte le scuole, istituzioni e bande presenti a Pesqueira e dintorni.
Anche noi italiani abbiamo partecipato e ci siamo inseriti nel gruppo dell’ASEVI; il PODE, purtroppo per cause economiche, non ha potuto partecipare.
Fin dalle 8 del mattino ci siamo presentati nella sede dell’ASEVI per accogliere i ragazzi e preparare vestiti, cartelloni e quant’altro.
L’attesa è stata un po’ sofferta, poiché dal nostro arrivo in piazza fino al nostro momento abbiamo atteso più di un’ora e mezza, in piedi e a tratti sotto al sole.
Ma malgrado la stanchezza mi è molto piaciuto assistere sfilare, nel frattempo, le altre istituzioni e scuole.
Per chi se lo può permettere, in questa occasione si investe tanto denaro e in effetti i risultati si sono visti.
Davvero bei vestiti e tanta preparazione dietro i vari lavori presentati!
Ma poi è venuta anche la nostra volta!
Apriva il gruppo dell’ASEVI Daniele, truccata e vestita a dovere, che teneva in mano lo stemma dell’ASEVI.
E a seguire i vari gruppi di arte, informatica, musica, danza, giochi, rinforzo scolare, sport e racconti, tutti con dell’abiti o degli oggetti che rappresentavano il gruppo in questione.
Noi educatori con una maglia di rappresentanza, fatta apposta per questa giornata, ai lati dei bambini, come accompagno.
E verso le 12, finito il nostro desfilo, pranzo tutti insieme nella sede dell’ASEVI.
È stata una bella mattinata, un po’ stancante ma personalmente felice di aver contribuito a fare conoscere la causa dell’ASEVI, così viva in Pesqueira e dintorni eppure tante volte anche così dimenticata da quasi tutti.
Credo proprio sia vero che ancora la vera indipendenza è molto lontana dal nostro quotidiano, ma chissà se un giorno le nostra grida non verranno finalmente accolte...

I miei complimenti, cara mamma!!

Qualche giorno fa è venuta una bambina nuova nella sala di M.Heléna, Daniele.
Appena sono entrato ovviamente ho visto questo volto sconosciuto e ho cercato di fare amicizia, cercando di capire che problema potesse avere.
Abbiamo iniziato giocando insieme con i palloncini per poi arrivare a fare qualche attività.
Vicino alla finestra c’è un cesto con della frutta finta da poter mostrare ai bambini della sala.
Di sua iniziativa Daniele si è avvicinata a me e ha cominciato a chiedermi il nome dei vari oggetti che prendeva.
Parla benissimo per cui ho capito subito come volesse giocare.
Per ogni frutto che afferrava io le dicevo il nome; ogni tanto sbagliavo e lei ridendo mi diceva: “ma no, non è questo!”.
In quel momento ho capito che sicuramente problemi di linguaggio o memoria non ne dovesse avere.
Ci siamo seduti intorno al tavolo e ho cominciato a prendere dei giochi con cui si impara a contare, a distinguere i colori e a sviluppare il tatto.
Più andavo avanti e più mi rendevo conto che Daniele non aveva alcuna difficoltà, anzi che fosse addirittura più intelligente rispetto la media dei bambini della sua età, cioè 4 anni circa.
Rispondeva a tutto e senza mai commettere un errore; ed era lei stessa che a volte mi indicava altri giochi simili per poter continuare con quella attività, cosa che non accadrebbe mai e poi mai con gli altri bimbi della sala che invece si sentono obbligati a fare as tarefas (i compiti)...
Dopo un’ora circa arriva M.Helèna (fino a quel momento ero con Eliane, una volontaria che è presente il martedì e il mercoledì, giorni in cui M.Helèna si assenta quasi sempre) che vedendo Daniele, tira un sospiro ed esclama: “ancora lei!”.
Daniele infatti non era una new entry della sala.
Era già venuta un’altra volta ma alla mamma della piccola era stato detto che la figlia non necessitava dell’aiuto del PODE; ciò avrebbe addirittura peggiorato la sua situazione, trovandosi con bambini che effettivamente hanno problemi di apprendimento.
L’educatrice mi ha spiegato un po’ la sua storia.
Daniele non ha la minima difficoltà intellettuale e di questo ce n’eravamo accorti anche io ed Eliane.
Ma allora perché è venuta al PODE per la seconda volta??
La spiegazione è abbastanza semplice, una volta spiegata.
Il Brasile, come qualsiasi altro Paese sviluppato che ha a cuore la situazione di chi si trova in difficoltà, offre un servizio di assistenza e sostentamento sottoforma di denaro e non.
Quello che è uscito fuori dalla discussione con l’educatrice è che la mamma di Daniele sta facendo di tutto perché la figlia possa risultare con qualche disabilità, e accedere così all’aiuto previsto dal governo.
Un primo passo è già stato fatto, poiché la famiglia già riceve il sussidio, ottenuto grazie ad una dottoressa poco professionale.
Questa persona è famosa per fare favoritismi di questo genere, cioè sottoscrivere certificati di salute falsi; e appena abbiamo chiamato la psicologa presente al PODE per presentarle la situazione di Daniele, questa non è rimasta affatto stupita di sapere che la mamma è riuscita ad ottenere un attestato falso dalla sua pseudo collega.
Apprendere una storia del genere è veramente fuori da ogni logica!
Mi è capitato spesso di incontrare madri che non volevano riconoscere la malattia/disabilità del figlio, perché immagino che è sempre un bell’impatto sapere che il proprio piccolo abbia qualcosa che non va, ma è la prima volta che sento la storia contraria: una mamma che vuole dimostrare che la propria figlia ha problemi solo per il fatto di ricevere qualche spicciolo in più.
Larrè, la psicologa che abbiamo chiamato, alla fine ha concluso dicendo: “vorrà dire che dalla prossima volta non verrò più a vedere Daniele ma inizierò un lavoro di terapia con la mamma, che evidentemente ha qualche disturbo”.
Bisogna dire che anche la situazione familiare non è delle migliori: la mamma non è altro che una ragazzina, ha 20 anni, e in casa come al solito non è presente alcuna figura maschile.
Che futuro potrà mai dare alla figlia se inevitabilmente il suo stesso futuro si lega alla vita di Daniele?
Il giorno in cui (si spera molto presto) la piccola smetterà di prendere il sussidio, la mamma come andrà avanti e cosa avrà costruito?
Daniele è una bambina di una meraviglia incredibile, con degli occhi ed un sorriso stupendi!
È molto intelligente e con lei ho capito realmente qual è la differenza che c’è tra lavorare con bambini che stanno mentalmente bene e bambini che invece hanno deficit cerebrali.
E mi chiedo: “che colpa ha lei nell’aver avuto una ragazzina per mamma che non sa neanche prendersi le proprie responsabilità?”.
Le vorrà veramente bene? La piccola alla madre credo fermamente di sì, per la sua ingenuità e perché è sempre sua mamma, e per quanto questa si possa comportare in maniera sbagliata, per Daniele rimarrà sempre colei che la protegge e che l’aiuta nel momento del bisogno.
Ma la giovane non credo proprio stia avendo un atteggiamento da madre.
Mi spiace molto apprendere queste notizie, ancor di più perché ho conosciuto Daniele che mi ha molto colpito dal primo minuto che l’ho vista.
A dire di M.Helèna non c’è molto da sperare nella giustizia e nei controlli medici, che dovrebbero avvenire ogni 2 anni per verificare lo stato della bambina in quanto ricevente del sussidio.
Per cui l’unica speranza che al momento c’è è Larrè, perché riesca a far ragionare la mamma e a farle prendere le responsabilità che lei stessa si è creata, mettendo al mondo una persona che non ha chiesto di nascere né tantomeno di essere trattata in questa maniera.

Chi li capisce è bravo

I bambini sono parecchio strani e mi rendo conto che più credo di capirli e più loro stravolgono le mie aspettative.
Mi ero lasciato con Daniele che mi aveva gridato contro perché l’avevo ripresa a causa di un suo atteggiamento per me errato; e pensavo che dal giorno seguente ci sarebbe stata una lotta...
Invece nulla di tutto ciò, anzi.
Sto osservando il suo comportamento sia nei miei che nei confronti degli altri bambini, e se con questi ultimi non mi sembra proprio che sia mutato qualcosa, con me si sta approcciando in maniera decisamente diversa.
Uno o due giorni dopo il nostro confronto, Daniele mi ha regalato un disegno con la frase: “la vera fiducia non si compra ma si conquista“.
Devo dire che sono rimasto un po’ spiazzato, non tanto per il disegno (ogni giorno ne riceviamo a decine da tutti i bambini) quanto per il messaggio scritto.
Non so cosa pensare, se ha capito l’errore che ha commesso e ha riconosciuto la mia volontà nell’aiutarla, o se solo non porta rancore e si è gettata tutto dietro le spalle, o chissà quale altro astruso motivo...
Fatto sta che adesso mi viene vicino, ha slanci di affetto senza alcuna comprensibile ragione, ascolta addirittura quando ho da dirle qualcosa.
Continua come sempre a prendermi in giro, a provocarmi e ad avere quasi un atteggiamento di sfida nei miei confronti, ma percepisco a pelle che lo fa con tutt’altra intenzione rispetto a prima.
Giochiamo insieme tutti i pomeriggi e credo che questo suo atteggiamento è anche per chiamare un po’ di attenzione.
Non mi immaginavo un cambiamento del genere ma ne sono felice, quanto meno perché si riesce a costruire qualcosa che va al di là dei continui litigi e riprese da parte mia.
Non so se si tratta di fortuna o dei frutti che piano piano stanno uscendo fuori dopo mesi di conoscenza, ma resta il fatto che il mondo dei bambini mi è sempre più lontano da capire...

venerdì 7 settembre 2012

Prima di aprire bocca, contare fino a 10! 11 ancora meglio...

Lunedì scorso sono andato a Recife per passare una mattinata con i bambini ospiti dell’ospedale oncologico.
Siamo stati invitati da Iago, ex educatore dell’ASEVI, che organizza uscite ed esperienze da proporre al gruppo di giovani che segue da un po’ di tempo.
E così io e Serena abbiamo accettato l’invito!
La giornata è cominciata abbastanza presto, alle 2 di notte, dovendoci recare in autobus fino a Recife e avendo stabilito di andare in ospedale la mattina stessa.
Ammetto che ero un po’ preoccupato e pensieroso sulla situazione che avrei incontrato, non avendo mai svolto un’esperienza del genere e non sapendo minimamente come potermi relazionare con i piccoli/giovani affetti da tali problemi.
L’ospedale, passato sotto il controllo dello Stato nel 2007 per evitarne la chiusura, è uno dei maggiori e migliori del Pernambuco, con macchinari e strutture più che rispettabili.
Abbiamo girato i vari reparti di quimioterapia, radioterapia e che ospitano pazienti allo stato terminale, per poi passare con i bambini e ragazzi che stavano nella sala dedicata ai giochi, chi vedendo la televisione e chi di fronte ai videogame...
Là abbiamo cominciato a fare qualche chiacchiera e anche io mi sono avvicinato ad una bambina che mi sembrava essere abbastanza timida e riservata.
Non avevo la minima idea di cosa dire né che fare, ma la televisione mi ha aiutato e così ho cominciato a chiederle che programma era quello a cui stava assistendo, se lo seguiva tutti i giorni, se le piaceva o meno.
Il nome della piccola è Carla, e abbiamo parlato anche un po’ dell’Italia, che conosceva di nome ma che non sapeva dove fosse e che forma avesse.
E così si è iniziata una conversazione; a dire il vero più che un conversazione era quasi un monologo da parte mia, ma forse sempre meglio di stare muti e immobili senza uno scambio di parole e quindi emozioni.
Di figuracce ne ho fatte, e credo anche di aver posto tante domande così banali e senza senso che non so immaginare cosa Carla abbia potuto immaginare del sottoscritto; eppure vi assicuro che prima di aprire bocca pensavo e ripensavo a che risposta potesse darmi la bambina, e se quindi la domanda era inopportuna.
Ad un certo punto le ho chiesto dove viveva, se aveva fratelli, se veniva sempre da sola o se la accompagnava qualche amico o parente.
Alla domanda: “per venire qua fai una passeggiata o vieni in macchina?” (ovviamente Carla ha entrambe le gambe e non mi sembrava avesse nessuna malformazione fisica che le impedisse di camminare) lei mi ha risposto: “no, ogni volta vengo in ambulanza”.
E subito dopo ho detto tra me e me: “certo in ambulanza! quanto sono scemo...”.
Ci avrei dovuto riflettere su maggiormente, ma a questa risposta non avevo affatto pensato.
Non ho la minima idea di come si possa sentire un bambino che deve convivere con un male del genere, e ancor meno sapere cosa prova nel sentirsi fare domande banali solo per un fatto di educazione nel tentativo di distrarlo un po’.
Ma se poi ovviamente le domande che gli vengono poste lo fanno ritornare con la mente a quello che sta passando forse è meglio tacere...
Non so cosa sia più opportuno, fatto sta che non è facile affrontare queste situazioni soprattutto se è la prima volta.
Dopo una mezz’oretta che sono rimasto con Carla a parlare del più e del meno, ce ne siamo dovuti andare.
Questo è quello che mi ha dato più fastidio: già di per sé non sapevo come affrontare il tutto, se poi quando comincio a fare qualche passo in avanti dobbiamo andare, allora l'incontro non si è rivelato così utile come mi ero immaginato...
Né per me né soprattutto per i bimbi, che si vedono circondati senza preavviso da 30 ragazzi che non hanno mai visto e che pongono diecimila domande; e che dopo 30 minuti se ne vanno senza aver concluso nulla.
Forse non è molto salutare per loro essere trattati in questa maniera: essere visitati da sconosciuti e non aver la possibilità di instaurare nulla di più importante.
Non voglio dire che sia stata un’esperienza inutile, perché anche da quelle negative c’è molto da apprendere, ma credo fermamente che si sarebbe potuto sfruttare il tempo in maniera decisamente migliore.
Dopo questa giornata sto riflettendo sul fatto che sarebbe bello in Italia conoscere questa realtà e mettere a disposizione il proprio tempo e voglia di fare per chi è più sfortunato di me.
Alla fine si tratta di fare quello che da anni faccio con i bambini che stanno in parrocchia o qua a Pesqueira; in questo caso però sarebbe nei confronti di chi non può uscire dall’ospedale, e non ha quindi l’opportunità di vivere come un bambino “qualunque”.

mercoledì 5 settembre 2012

Vendetta è stata fatta Patati e Patatà!!

Ascoltate questa musica, dura un po’ ed è in portoghese ma basta sentire i primi 50 secondi:
http://www.youtube.com/watch?v=XjBjNt-PmLo&feature=player_detailpage
che cosa vi ricorda??
Qualche giorno fa ho scoperto che in Italia sta spopolando “Il pulcino Pio”, diffusa dalla radio romana Radio Globo (guarda che razza di radio ascolti Daniele!!).
Appena ho sentito questo tormentone in un servizio del tg, che vedo quasi quotidianamente su internet per tenermi aggiornato sulla situazione italiana ed estera, non volevo credere alle mie orecchie...
“O pintinho Piu”, l’originale brasiliana, ho cominciato a conoscerla e cantarla al PODE, grazie ad una videocassetta con i pagliacci Patati e Patatà (qui idoli dei bambini) e ad un cd musicale con canzoni per i più piccini.
Il link su internet risale a settembre 2011, ma non ho la minima idea di quanti possano essere gli anni che questo video possiede.
È una copia bella e buona e non credo proprio che Radio Globo abbia pagato i diritti a Patati e Patatà!!
Ma almeno ho imparato una lezione grazie alla loro truffa: basta che quando tornerò mi porti un cd con musiche per bambini e avrò la certezza di sapere quali potranno essere i tormentoni estivi per i prossimi 30 anni...

sabato 1 settembre 2012

Visita

Venerdì scorso si sono svolte con l’ASEVI le visite in casa di alcuni ragazzi, come ogni mese.
Senza volerlo sono capitato nella casa di Daniele, la bambina di cui vi ho parlato qualche giorno fa, che ultimamente è più agitata del solito e che non riusciamo a capire cosa le stia succedendo.
Sono andato insieme ad Elisa, Patricia e Clebson, il nuovo professore di informatica.
La situazione in cui abbiamo trovato la casa non è stata a mio parere delle peggiori, anche se siamo rimasti solo nel soggiorno, di fronte l’entrata.
Ovviamente il paragone con una casa italiana non è lontanamente proponibile, ma per altre abitazioni che avuto l’occasione di vedere, quella di Daniele non mi è sembrata così inavvicinabile.
Ci ha accolto la mamma, che in realtà abbiamo trovato insieme al figlio più piccolo (anche lui viene all’ASEVI) che stava rientrando in casa con una borsa di plastica piena di carne.
Nell'alloggio era presente la figlia maggiore, di 22 anni, incinta.
Abbiamo subito cominciato a parlare dei tre bambini che vengono nella creche del pomeriggio, ovvero in ordine di età: Ana (15), Daniele (11), Carlos (8).
Principalmente era Daniele la nostra preoccupazione ma è stato positivo aver parlato anche degli altri due ragazzi.
Dalla conversazione con la donna di casa e la figlia maggiore è uscito fuori un atteggiamento da parte di Ana che non ci saremmo mai e poi mai aspettato.
Lei all’ASEVI è una degli aiutanti, per cui dà una mano ai vari educatori nel tenere i bambini, nell’organizzare le attività, nello svolgere mansioni più “seccanti” che toccherebbero alle educatrici.
E Ana è davvero un grosso aiuto, perché come età è molto vicina a quella dei ragazzi ma come atteggiamento sappiamo che possiamo contare su di lei.
Dalla mamma invece abbiamo appreso tutt’altro: colei che non aiuta a fare alcunché, che dà problemi per andare a scuola, che sembra vivere in un mondo tutto suo è proprio Ana.
In casa un diavoletto e fuori un angioletto...
È strano perché difficilmente avrei detto una cosa del genere, tanto più perché ha sempre il sorriso e con me è giocherellona e simpatica.
Dall’altro lato Daniele, malgrado la sua agitazione, violenza, aggressività, prepotenza e chi più ne ha più ne metta (tutto confermato dalla signora), in casa è l’unica dei tre ragazzi che se ha tempo pulisce, sistema, prepara da mangiare, lava i vestiti.
Insomma, tutto quello che pensavamo sopra Ana si è trasferito sopra Daniele e viceversa.
Abbiamo inoltre capito meglio la conformazione della famiglia: la signora è in realtà la mamma di Ana e Carlos ma solo la zia di Daniele, poiché fin da piccola, mancando chi si prendesse cura di lei, è rimasta sotto le cure della donna appunto.
Sull’unico maschietto invece niente di particolarmente sconvolgente che già non sapessimo: ogni tanto è agitato, a volte succede che faccia questioni per andare a scuola, non sempre dà una mano nelle faccende domestiche.
In casa inoltre sono presenti anche il compagno della figlia maggiore (la ragazza incinta) e il nonno materno, che però non lavora e ha problemi di salute.
Da parte di Clebson e Patricia i suggerimenti che sono venuti sono stati di non demordere nel cercare di dare una buona educazione ai propri figli, malgrado le varie difficoltà.
Il primo esempio viene dalla famiglia per cui è loro compito per lo meno insegnare ad avere un comportamento corretto.
Personalmente è stata una visita che mi è servita a capire meglio la situazione degli stessi ragazzi.
Se non avessimo parlato con la mamma, chi avrebbe mai scoperto questo cambiamento di comportamento tra fuori e dentro casa?
Quanto è importante conoscere il contesto in cui il bambino cresce e si forma!
A mio parere andrebbe svolto tutto un lavoro di terapia e aiuto che purtroppo non è possibile, causa mancanza di denaro e condizioni poco favorevoli; ma anche io nel mio piccolo credo di avere un bel compito per questi ragazzi, semplici gesti che però possono aiutarli.

Credo sia molto utile “improvvisare” questi incontri con le famiglie per poter al meglio sapere come relazionarsi con i piccoli e capire alcuni loro atteggiamenti incomprensibili e apparentemente senza motivazione.