lunedì 31 dicembre 2012

Acabou!

Il 9 gennaio 2012 è cominciata la mia esperienza di Servizio Civile.
Formazione di qualche settimana a Mondovì intervallata da qualche giorno di servizio a Roma e il 24 febbraio la partenza per Pesqueira.
È quasi passato un anno, un anno che apparterrà per sempre alla mia vita, che mi ha formato, che mi ha dato tanto e che mi sarà di aiuto, spero, per il mio futuro.
Adesso vi scrivo da casa, la mia originaria casa a Roma; sto passando le festività natalizie in famiglia e fra qualche giorno chiuderò questa esperienza tornando a Mondovì, per una valutazione conclusiva con tutti gli altri ragazzi partiti come me e destinati ad altre città brasiliane.
I bimbi del PODE, i ragazzi dell’ASEVI, gli educatori che per tutti questi mesi mi hanno aiutato e che sono stati per me un aiuto ormai li ho già salutati, qualche giorno prima di partire.
Non è stato un addio.
Certo, andare in Brasile non è come andare a Frascati (per chi non lo sapesse è un paesino a 20 minuti da Roma...) ma ho la certezza che le occasioni per rivedersi non mancheranno; e se non si presenteranno, si farà in modo di crearsele.
L’ultima settimana prima della mia partenza l’ho trascorsa tra festeggiamenti in preparazione al Natale e valutazioni finali dell’anno appena trascorso.
L’ASEVI ha chiuso le attività con una festa in cui sono stati invitati tutti i bambini e i rispettivi genitori.
Si è inscenato un presepe vivente e gli stessi ragazzi hanno fatto una rappresentazione teatrale sulla Natività.
Non è mancato Papai Noel (Babbo Natale) né tanto meno sono mancati i doni per tutti i bimbi.
Al PODE invece si è celebrata una messa con tutti i ragazzi disabili, a cui ha seguito un pranzo con le famiglie.
In Brasile le vacanze non sono negli stessi mesi italiani: l’anno scolastico inizia dopo il carnevale, a metà febbraio, per finire intorno al 20 dicembre.
D’altronde questi sono i mesi più caldi, è estate, per cui è anche ragionevole che in questi giorni si resti a casa.
Ho lasciato 40° per trovarne, una volta sceso a Fiumicino, 10!
Sensazione decisamente strana quella di trovarmi vestito con maglioni, sciarpa, guanti, cappello di lana quando una settimana fa giravo per Pesqueira con pantaloncini e maglietta smanicata.
Ammetto che negli ultimi giorni ho lasciato un po’ stare questo blog; erano le ultime settimane che avrei trascorso a Pesqueira e non è stato facile trovare qualche ora per poterlo aggiornare...
Malgrado ciò, spero che fino ad oggi vi sia stato utile per conoscere un po’ di più la realtà brasiliana, anzi, mi verrebbe da dire la realtà pesquerense, dato che il Brasile può essere considerato un continente a sé.
Rileggendo alcuni articoli che ho scritto all’inizio, mi rendo conto di aver raccontato tanti particolari e aspetti a cui adesso non faccio più caso e che mi sembrano anche abbastanza stupidi; se dovessi riscriverli adesso, credo che 3/4 delle mie descrizioni verrebbero cancellate, ma quando li ho pubblicati non avevo questa percezione.
Mi sembrava, anzi, era realmente tutto una sorpresa e ogni novità mi sembrava degna di essere descritta.
Con questo ultimo post chiudo qui la mia esperienza “interattiva” e posso dire: ACABOU! FINITO!
E' stato bello, spero utile e sono certo che non mancheranno le occasioni per poterci parlare, d'ora in avanti, personalmente per meglio descrivervi ciò che ho vissuto...

martedì 11 dicembre 2012

Rio de Janeiro

Queste due settimane appena trascorse mi hanno mostrato ancora un lato diverso di questo Brasile: Goiània, capitale dello stato del Goiâs, e Rio de Janeiro.
È stato per me periodo di ferie, ma non si sono dimostrati giorni di turismo; ho visitato gli altri volontari del servizio civile con cui sono partito a febbraio e con i quali ho svolto la formazione in Italia.
Anche loro hanno scelto come meta di questa esperienza il Brasile, stando accanto a ragazzi con problematiche di diversa natura.
Ho conosciuto le realtà nelle quali prestano servizio e sono molto contento di aver visto con i miei occhi situazioni e condizioni di vita che a Pesqueira ancora non sono arrivate, o per lo meno se ci sono, sono presenti in maniera diversa.
Ho pensato un po’ su cosa scrivere e alla fine sono arrivato alla conclusione che vi racconterò solo qualche dettaglio di Rio che più mi ha colpito.
Faccio un'aggiunta.
Questo blog che sto scrivendo è gratuito e oggi ho scoperto che ha alcune limitazioni: tra queste c'è la quantità di foto e video che posso inserire.
Con questa ultima foto qui di seguito ho esaurito il limite di immagini per cui da adesso in avanti per la vostra felicità se avrò intenzione di scrivere altri post, questi saranno senza foto né video...
Pesqueira è una cittadina, Rio de Janeiro è una metropoli completamente differente e credo che non si possa dire di conoscere il Brasile senza essere stato, anche solo per un giorno, a Rio.
Gli argomenti che affronterò sono due: il “Complexo do alemão” e “Crackolandia” (mi dispiace Daniele, ma la vita mondana che ci siamo concessi potrai sentirla solo direttamente da me...).
Due realtà diverse ma appartenenti allo stesso contesto di povertà e degrado sociale.
Il Complexo do alemão non è altro che il nome dato ad una delle innumerevoli favelas presenti a Rio.
Dovete immaginare queste stranominate favelas come immense distese di baracche le une addossate sulle altre che occupano grandi aree di diversi quartieri.
Questo complexo ad oggi conta circa 60.000 persone e dall’alto si rimane scioccati dalla distesa apparentemente infinita di tutte queste semplici abitazioni.
È stato un peccato aver scelto una giornata non molto favorevole per poter girare, dato che ha piovuto dal mattino fino al pomeriggio, per cui anche la vista che si aveva salendo la funivia non era paragonabile a quella che si ha durante una giornata di sole; malgrado ciò è stato lo stesso impressionante.
La funivia che appunto sovrasta tutto questo complexo è stata costruita recentemente, una struttura moderna che sarà costata anche abbastanza denaro; secondo gli italiani che ci hanno accompagnato lungo questa passeggiata, questa funivia è stata costruita solo ed esclusivamente per motivi turistici.
Quando in occasione delle prossime GMG 2013, Coppa del Mondo 2014 e Giochi Olimpici 2016 Rio de Janeiro, e più in generale il Brasile, sarà infestato da milioni di turisti e persone provenienti da ogni dove, grazie alla funivia di recente costruzione tutti potranno ammirare e fotografare lo strabiliante quartiere “complexo do alemão”.
Per il momento non è intenzione del governo migliorare questa zona di Rio: la povertà e l’invivibilità delle favelas sembra che verranno sfruttate come attrazioni turistiche.
Questo aspetto risulta essere una contraddizione, poiché ciò che da mesi se non anni si sta assistendo nelle grandi metropoli è la pacificazione delle favelas, ossia l’entrata dell’esercito con sistemi diciamo poco ortodossi per sgomberare tutto e tutti.
Il Brasile quest’anno è diventato la quinta (o sesta, adesso non ricordo...) potenza mondiale, per cui l’immagine che passa per la televisione e internet non deve essere assolutamente quella di un Paese violento e bisognoso di aiuto.
Per questo motivo non si riesce a capire perché il complexo do alemão debba essere utilizzato come attrazione e tanti altri quartieri nelle stesse condizioni debbano essere distrutti dalla violenza militare.
Una tra le miriadi di contraddizioni brasiliane...
La giornata si è svolta sotto un interminabile diluvio mentre passavamo tra le strette e poco praticabili vie di queste favelas.
Eravamo guidati da un gruppo di ragazzi evangelici che passava di casa in casa con il tentativo di recitare insieme alla famiglia alla quale si bussava alla porta, una breve preghiera, dandole l’invito per partecipare ai loro incontri settimanali.
Tanti volti, colori e condizioni unici nel loro genere ma che mi hanno aiutato ancora di più a capire in che luogo fossi finito.
Un aspetto che ha sorpreso tutti noi ma che, riflettendoci su in un secondo momento, è comune alla quasi totalità dei brasiliani è stato l’accoglienza entusiasta e umile delle famiglie.
In tutte le abitazioni in cui mettevamo piede dicevamo al/alla padrone/a di casa che era meglio se non entravamo perché in tal caso avremmo solamente sporcato con i nostri abiti sudici di acqua e quant’altro.
Non avete idea della gentilezza e del sorriso con cui invece eravamo calorosamente invitati ad entrare malgrado tutto!
Questa accoglienza è senz’altro una caratteristica tipica del popolo brasiliano ed è forse una tra le poche abitudini che noi italiani dovremmo imparare ad avere con chi magari incontriamo per la prima volta.
Il pomeriggio è trascorso così, tra i vicoli sperduti di una favelas nel centro di Rio de Janeiro...
Il mercoledì successivo invece è stata la volta di crackolandia.
Avevo avuto un assaggio di quello che sarei andato a vedere con i miei occhi già sabato mattina, nel viaggio dall’aeroporto fino a casa; e forse è stata proprio questa prima “conoscenza” ad avermi aiutato nell’affrontare la mattinata del mercoledì.
Sabato ammetto che è stato un po’ scioccante aver visto la realtà di crackolandia, anche per il fatto che ci siamo ritrovati davanti a questi giovani senza che fossimo stati avvertiti o che ci avessero avvisato di dove saremmo passati con la macchina.
Per “crackolandia” si intende una zona nella quale le persone, per lo più giovani, che fanno uso di crack si stabiliscono e nella quale trascorrono l’intera giornata.
Non esistono case né servizi né nulla di tutto ciò che possa servire ad un comune mortale per poter sopravvivere; ci sono tende improvvisate con buste di plastica, materassi buttati sul terreno sotto gli alberi, banchetti sparsi qua e là.
I giovani che occupano in questo modo il suolo pubblico non sono autorizzati a vivere in queste condizioni, per cui a volte succede che arriva una retata della polizia che fa sgombrare il tutto.
Loro scappano e si vanno ad installare in un’altra parte della città.
La nostra “missione” infrasettimanale è stata quella di entrare in una di queste crackolandia che infestano Rio e di portare vivande, medicine e vestiti.
Non so se avete qualche nozione riguardo il crack; io fino a mercoledì non lo conoscevo nello specifico e grazie a questa esperienza ho capito qualcosa in più.
Questa droga è una pietruzza di colore giallino, quasi ambra, molto dura.
I crackudo non fanno altro che riscaldare questa pietruzza con un accendino e inalare i fumi che ne fuoriescono.
Inizialmente si rimane un po' intontiti e si entra in uno stato di pacatezza e serenità, poi cominciano gli effetti veri e propri.
Non si ha più la sensazione di fame, sete o sonno, non si percepisce il dolore e se si hanno delle ferite aperte non adeguatamente curate queste peggiorano, tanto che si può arrivare all’amputazione.
Ovviamente crea dipendenza e dopo il primo utilizzo il crackudo sente la necessità di aumentarne il consumo.
Un sistema che loro utilizzano per poter inalare i fumi creati dalla combustione del crack è quello di prendere un barattolo di plastica con il coperchio che si può facilmente forare, buttare il liquido che vi è all’interno, mettervi al suo posto la pietruzza, darle fuoco e inalare i fumi che escono dal buco che si era creato.
Per esempio i barattoli degli yogurt.
Sapete che come coperchio hanno la patina in plastica che si tira?
Ecco, loro anziché tirarla fanno al centro un buchino, versano fuori tutto lo yogurt e fanno passare per quel buco la dose di crack.
Bruciandola, i fumi che si creano sono obbligati a passare per quel buco, essendo l’unica apertura del recipiente; loro avvicinano le narici e aspirano.
Questo è il sistema più utilizzato e nella nostra mattinata siamo stati molto attenti negli oggetti che lasciavamo loro, proprio per evitare che fossero un incentivo a utilizzare il crack.
Distribuivamo per esempio dei recipienti con all’interno un succo di frutta, fatto come quelli degli yogurt, ma anziché lasciarli direttamente nelle loro mani, noi stessi li aprivamo e lasciavamo loro solo il contenitore con il liquido, senza il coperchio sul quale avrebbero fatto il forellino
Qualcuno ha chiesto spiegazioni e sembrava un po’ stizzito, ma da parte nostra non c’è stato nessun passo indietro.
Una piccola accortezza che può fare molto...
Ho incontrato tanti giovani in condizioni disumane, lasciati a loro stessi e apparentemente senza prospettive future.
È brutto da dirsi ma allo stato in cui tanti ragazzi sono arrivati probabilmente non avranno alcuna possibilità di fuoriuscita; o meglio, le possibilità gli vengono offerte in continuazione ma andando avanti nell’uso di droga, si arriva ad un punto di non ritorno, in cui a parlare non è più la persona ma la sostanza stessa.
Credo fermamente che nessuno di quei ragazzi che ho incontrato riuscirà a disintossicarsi o meglio ancora a cominciare una vita “normale”; eravamo circondati dallo sballo più totale e vi confesso che nasceva dentro di me un grande sentimento di tristezza nel momento in cui mi fermavo a pensare a quello che mi stava capitando intorno.
Paura non ne ho mai avuta: sono ragazzi che certamente non ci stanno molto con la testa ma quasi da tutti ho sempre ricevuto un ringraziamento per quello che stavamo facendo.
Lo stesso don Renato ci ha spiegato che la violenza non appartiene molto al loro mondo; nel momento in cui entrano in possesso di un’arma, la loro principale e unica preoccupazione è rivenderla, per potersi in seguito comprarsi del crack.
Tanta povertà, se non miseria, non solo fisica, materiale ma soprattutto valoriale.
Chissà cosa pensano di loro stessi, se si fermano qualche secondo a pensare a quello che hanno fatto e stanno facendo, se oltre alla droga danno importanza a qualcos’altro o qualcuno.
Quello che ho visto è stato spensieratezza più totale unita a disinteresse per qualsiasi altra cosa all’infuori della droga.
Sì, la possibilità di avere un futuro migliore ce l’hanno, ma avendo visto quelle condizioni non credo che qualcuno di loro voglia e riesca a cambiare.
Non è bello dire ciò, e me ne rendo conto, ma la realtà è questa; se non sono loro i primi a farsi aiutare nessuno riuscirà nell’intento di liberarli.
Don Renato non fa altro che rispondere alla chiamata di amare qualunque essere umano, al di là di tutti gli errori che questo possa aver commesso.
Ha un grande carattere, per noi in tante occasioni anche da irresponsabile, ma ci siam detti che se non avesse queste e tante altre caratteristiche non riuscirebbe a fare quello che tutti i giorni fa con i ragazzi di strada e non solo.
“Complexo do alemão” e “crackolandia” sono certo che rimarranno nella mia mente per parecchio tempo; sono contento di aver conosciuto queste realtà, contento ovviamente non perché esistono, ma perché ho avuto un’altra opportunità di vedere con i miei occhi quanta miseria c’è, e quanta fortuna ho avuto nell’essere cresciuto in un contesto umano e sviluppato, lontano da tutto ciò.

lunedì 5 novembre 2012

Non si può mai sapere...

Lavorando al PODE tutte le mattine, tante volte mi son chiesto se avesse senso svolgere tutte le attività che si svolgono.
Ci sono situazioni davvero difficili ed è visibile a chiunque il fatto che tanti bimbi, malgrado fisioterapia, cure e attenzioni più che dovute, probabilmente non cammineranno mai, non parleranno mai, non giocheranno mai con i bambini della loro stessa età.
Malgrado non si riuscirà forse a compiere dei miracoli, è stupendo vedere la dedizione delle mamme soprattutto nel fare tutto il possibile perché il proprio figlio sia trattato esattamente come tutti gli altri e gli vengano dedicate attenzioni e affetti.
A volte la speranza viene meno, perché si aprono gli occhi e si vede la realtà così com’è, ma in tante altre occasioni ci si riempie di gioia nell’osservare piccoli ma esistenti segni di miglioramento.
È ciò che sta succedendo con Daniel, che è il bambino che alimenta almeno personalmente la speranza nel poter vedere anche negli altri bimbi dei progressi, anche se minimi.
Con lui lavoro nella sala di Maria Heléna e sto imparando a conoscerlo sin dal primo giorno in cui sono arrivato al PODE.
Soffre di idrocefalia: nel cervello si ristagna del liquido che viene eliminato grazie ad una sonda che dalla testa giunge fino all’apparato genitale, per permettere la fuoriuscita dell’acqua in eccesso tramite la pipì.
In più ha anche una paralisi agli arti inferiori: M.Heléna mi ha fatto vedere che Daniel, in corrispondenza dell’osso sacro, ha una specie di fossetta.
Mi ha spiegato il nome della patologia ma non la ricordo: più questo difetto che lui ha nella colonna vertebrale è in basso e più i danni alle gambe sono ridotti.
Daniel fortunatamente ha questo segno molto in basso per cui riesce a muovere, anche se con difficoltà, gli arti inferiori.
È proprio sulla sua motricità che si stanno avendo grandi risultati!
Quando sono arrivato a fine febbraio non mi sembra di ricordare che riuscisse a camminare; tuttora ha delle protesi lungo tutti gli arti che lo aiutano a stare in equilibrio ma ha bisogno sempre di un appoggio.
Ad inizio anno non camminava, faceva solo piccoli passi con l’aiuto di una persona più grande che gli doveva prendere la mano e lo doveva, anche se minimamente, sorreggere.
Da qualche giorno invece lui stesso si lancia  e tenta di fare dei passi da solo, riuscendovi!
Nel vederlo camminare con queste gambe che ancora non hanno molta forza e che sembrano debbano cedere da un momento all’altro mi vengono alla mente le immagini dei bimbi che cominciano a mettersi in piedi e cercano di andare da soli: li vedi che mettono un piede dietro l’altro ma ti danno l’impressione che debbano cadere nell’immediato.
Anche Daniel molte volte cade ma malgrado ciò non si perde d’animo: si rialza senza fiatare e ritenta a camminare.
Lui è senza dubbio il bambino presente al PODE che più fra tutti mi fa gioire per il lavoro che si svolge, non tanto per quello che io personalmente faccio, perché in realtà è nulla rispetto al lavoro delle mamme e delle educatrici, ma piuttosto per la consapevolezza che grazie a ciò che si fa prima o poi si vedranno i frutti.
So perfettamente che Daniel è un caso abbastanza particolare, con il quale forse fin dall’inizio si sapeva che si potevano raggiungere determinati obiettivi; probabilmente con tanti altri bambini non si avranno dei miglioramenti.
Daniel però è l’esempio che mi fa capire che non bisogna desistere mai nel fare il bene, anche se tutto ciò che ci circonda appare immutabile e senza senso.
Continuerò a lavorare al PODE come ho sempre fatto, ma grazie a Daniel spero di riuscire a vedere la realtà che mi circonda con occhi diversi, per lo meno con la coscienza che non si può mai dire cosa potrà succedere nel futuro, e quindi lavorare al meglio per il bene di questi bimbi che altro non meritano se non la nostra attenzione e dedizione, ancor di più perché disabili.

sabato 3 novembre 2012

PERU'

Come vi ho già anticipato, è cominciato il periodo delle ferie.
Questa settimana vi racconterò l'esperienza che ho fatto insieme a Serena in Perù!
È stata una settimana intera, da domenica a domenica, una settimana diciamo un bel po' compressa ma per la quale senz'altro è valsa la pena.
Le città che abbiamo visitato sono state Lima , Cusco, Machu Picchu, Puno (lago Titicaca) e Arequipa, città che in realtà per essere conosciute con calma e nello specifico si dovrebbe disporre di un mese, ma noi in sei giorni abbiamo cercato di fare il meglio possibile.
Non saprei neanche da dove cominciare: paesaggi stupendi, storie di una civiltà incredibile, volti meravigliosi, persone accoglienti e sempre sorridenti, cucina ottima, animali strani ma paciocconi e un po' buffi...
Le foto sicuramente non mancano e credo che aiuteranno tanto a capire ciò che anche io e Serena abbiamo vissuto.
Partiamo da Lima.
È senz’altro una città molto grande con i suoi 8 milioni di abitanti, un po’ confusionaria, con poche attrattive turistiche.
La povertà è percepibile sin dai primi momenti in cui si gira per le strade e le centinaia di auto che ogni secondo sfrecciano non fanno altro che aumentare il disordine e l’agitazione generale.
Siamo rimasti a Lima il primo e l’ultimo giorno, facendoci consigliare i posti più meritevoli.
Cattedrale, chiese varie sparse qua e là, il Museo della Inquisizione, l’Oceano Pacifico e piazze gremite di persone sono state l’oggetto delle nostre visite.
Sicuramente ci si deve abituare a vivere in questa capitale, non solo per chi è abituato alla vita di paese, ma anche per chi viene dall’estero, essendoci, almeno facendo il confronto con l’Italia, tanti comportamenti diversi che noi non adotteremmo mai.
Molto tipici questi
drappi lussuosi e
ricamati a mano
Abbiamo preso un paio di volte i servizi pubblici, e devo dire che anche in queste circostanze si vede che siamo in un Paese non molto moderno e sviluppato.
Ovunque mamme che allattano i propri figli, porte degli autobus aperte perché l’assistente dell’autista deve convincere le persone che stanno sui marciapiedi a salire su quell’autobus, misure di sicurezza che non vi sto a descrivere...
Ma è così, e entrare in un'altra nazione significa accettare le condizioni in cui questo Paese vive.
Il Perù non è certamente tra le prime potenze mondiali e Lima ne è una chiara dimostrazione.
Però dietro tutto questo trambusto ci sono le persone.
Alcune immagini simbolo che forse non scorderò mai riguardano proprio la popolazione.
I peruviani hanno tratti somatici che ancora non si sa bene da dove spuntino fuori: sono un misto di indios, giapponesi, filippini e asiatici in generale, tutti alti non più di m 1 ,60, ben piazzati e con le guance grassottelle e rossicce.
Forse dalla descrizione sembra che abbiamo incontrato delle creature aliene, ma vi assicuro che hanno dei visi dolci e paciocconi.
Potete vedere con i vostri occhi...
Il secondo giorno è stato Cusco, con i siti archeologici ad essa collegati.
Abbiamo cominciato a salire di quota e abbiamo raggiunto i m 3400.
Ci avevano avvertito del fatto che non bisogna scherzare con l’altitudine e che, se possibile, si deve tentare di visitare le varie città salendo in altezza gradualmente.
Nella preparazione del nostro viaggio devo dire che non avevamo molto pensato a ciò, ma sorte ha voluto che effettivamente abbiamo organizzato i vari giri turistici partendo da Lima, che sta a livello del mare, per arrivare al penultimo giorno ad Arequipa, che sta invece a circa m 5000.
Cusco è stato il primo gradino di questa salita e l’impatto per me non è stato molto piacevole...
Tutta la mattinata sono stato accompagnato da una forte sensazione di nausea, che mi ha lasciato a metà pomeriggio, dopo aver pranzato con un tè e una zuppa.
Dal pomeriggio per tutta la durata della vacanza nessun altro sintomo, se non qualche altro leggero fastidio:  a volte fatica a respirare, battiti del cuore accelerati, difficoltà a digerire anche ciò che normalmente avremmo mangiato senza nessuna difficoltà, naso chiuso per le prime ore dopo la sveglia mattutina.
Ci avevano avvertito, per cui abbiamo convissuto con queste sensazioni senza esserci impauriti.
I peruviani ovviamente sono allenati rispetto a noi, ma anche loro hanno dei metodi naturali per risolvere questi piccoli ostacoli.
Uno tra questi è la loro costituzione fisica, frutto dell’evoluzione di secoli: ci è stato spiegato che il colore delle guance e la loro statura (relativamente bassa con spalle molto larghe) permette loro di incamerare quanto più ossigeno e calore possibili.
E poi c’è un altro rimedio, molto usato e che anche io e Serena abbiamo sperimentato, che però mi è stato vietato di descrivere per ragioni, possiamo dire, di sicurezza.
Sappiate però che è un metodo naturale, senza dubbio il più diffuso e che scoprirete subito se andrete in Perù...
Tornando a Cusco, abbiamo visitato i siti di Pisac e Ollantaytambo, molto belli!
Avrebbero meritato senz’altro maggiore attenzione e tempo, e sarebbe stato bello vedere anche tutti gli altri siti nei dintorni, ognuno con una caratteristica diversa da poter osservare; ma le ore a disposizione e le spese da affrontare non sono state a nostro favore...
Ginnastica super salutare a più di 3000 m di altezza
Una questione importante circa il turismo in Perù riguarda proprio le spese.
La fortuna di noi italiani e credo più in generale di noi europei è la forza dell’euro rispetto alla quasi totalità delle valute estere.
Un euro adesso equivale a S/ 3,35 (soles peruviano), che è un cambio molto buono.
I menù fissi erano S/ 17 o 18, quindi meno di € 6, e vi assicuro che erano porzioni abbondanti e comprendenti primo, secondo e contorno, bibita e a volte il dolce.
Sugli acquisti senz’altro niente da dire; ma sugli aspetti turistici forse si fa un po’ troppo la cresta.
Vuoi fotografare una pecora sperduta nelle praterie? Se il pastore ti vede ti chiede un soles.
Vuoi della carta igienica per andare in bagno in un centro commerciale? Paghi l’uso dei servizi igienici e la carta che usi.
Vuoi visitare la chiesa che finalmente dopo ore di attesa viene aperta? Paghi l’ingresso, anche se si tratta di una chiesa non particolarmente meritevole (ovvero una buona parte delle chiese presenti).
Ovviamente anche musei e mostre.
Non sono costi alti per noi europei, che incontriamo nelle nostre città esposizioni anche a € 40, ma ci ha impressionato il fatto che le popolazioni locali, soprattutto quelle di contadini, pastori e artigiani, basino la propria sopravvivenza sul turismo, cercando di approfittare di ogni piccola opportunità.
Se si gira per le strade della città, non si fa altro che incontrare ristoranti, pizzerie, ostelli e negozi di artigianato.
Senza il turismo il Perù nel giro di qualche mese fallirebbe.
A vedere ciò che gli Incas sono riusciti a fare nel corso dei decenni si rimane senza parole, non solo per le costruzioni in sé, ma soprattutto perché hanno costruito intere città ad altezze spaventose, con tutti i rischi e le difficoltà che ne derivano.
Il giorno dopo Cusco siamo stati a Machu Picchu ed è soprattutto qui che si vede la straordinarietà di questo popolo.
Siamo stati fortunati nell’avere una giornata senza sole, con il cielo sempre annuvolato; e malgrado ciò ci siamo molto stancati nello scendere, salire, nell’arrampicarci per i muretti con addosso un piccolo zaino.
Possiamo solo immaginare cosa potessero provare gli uomini e le donne dell’epoca con le spalle cariche di merci a fare i nostri stessi percorsi sotto i raggi del sole.
Non si sa da dove sia venuta in mente questa loro idea di vivere a m 4000 di altitudine; fatto sta che ci vivevano e riuscivano a superare tutte le difficoltà che noi in 3 ore di visita guidata abbiamo incontrato.
Un popolo straordinario sotto tanti aspetti, dall’ingegneria civile all’agricoltura, dall’astronomia ai calcoli matematici.
Meridiana per la regolazione delle stagioni
Sono rimaste tante tracce di questa intelligenza e si rimane senza parole nel sentire la spiegazione della guida per capire come loro riconoscevano le varie stagioni, come rispettavano la natura, come si prendevano cura dei defunti, per i quali la vita non finiva con la morte.
Questo ne è un esempio:
Questa pietra è effettivamente in contrasto con tutte le altre disposte ordinatamente.
Ciò perché gli Inca avevano un sentimento di rispetto per la Madre Terra e se trovavano un masso di modeste dimensioni, lo lasciavano intatto, in segno di devozione.
Rispetto per la Pachamama, la Madre Terra, con la quale loro avevano un rapporto molto intimo.
La Terra e il Sole, considerato come Padre, sono i simboli dell’unione, dell’amore intimo fra due persone, della famiglia.
A Machu Picchu anche i nostri primi incontri con gli animali tipici di questa nazione: i lama e gli alpaca.
LAMA
Carini, soprattutto gli alpaca, con un folto e morbidissimo pelo bianco, collo un po’ meno lungo di quello dei lama e zampe molto corte.
È un animale pacifico ma se non addomesticato si spaventa molto facilmente della presenza umana.
ALPACA
Tappa successiva Puno, ai margini del lago Titicaca, il più profondo al mondo ad essere navigabile.
Degno di nota è il viaggio tra le città di Cusco e Puno stessa, avvenuto con un treno panoramico che ha viaggiato per 10 ore passando in mezzo alla natura e ai vari paeselli che si incontrano lungo il tragitto.
È proprio in questo viaggio che abbiamo fatto degli incontri di soli pochi secondi ma che rimarranno ben impressi nelle nostre teste.
Quello che colpisce è la semplicità della gente e la spontaneità dei più piccoli.
Al nostro passare sulla ferrovia tutti i bambini ci correvano dietro e si sbracciavano per salutarci!
E così in tutte le città in cui siamo capitati.
È veramente bello non conoscersi eppure vedere i sorrisi dei bimbi che ti salutano perché straniero e ospite della loro terra!
A Puno, invece, non c’è assolutamente nulla...
Bisogna uscire dalla città e visitare i siti circostanti.
La mattina siamo stati sul lago Titicaca e il pomeriggio nel sito di Sallustani.
L'uscita del mattino forse è stata la più curiosa...
Abbiamo visitato le isole galleggianti dos Uros, che è il nome di questa popolazione che vive su pezzi di terra, coperti con montagne di canne, che galleggiano sul lago Titicaca.
Su ogni isola ci sono circa 5 famiglie ed ogni capanna può ospitare 4/5 persone.
C’è il minimo indispensabile: letti, coperte, un angolo per il fuoco e... un televisore con relativo pannello solare per l’elettricità!
Ci sono 3000 persone che vivono sospese sull’acqua, senza nulla, i cui figli a 5 anni devono salire su una barca, farsi mezz’ora di traversata per poi giungere a scuola; ma tutte le case hanno il pannello solare per il televisore!
                  Modellino delle varie isole galleggianti
È qualcosa di inspiegabile e personalmente fuori da ogni logica umana.
Il sostentamento di questi Uros si basa perciò sulla pesca, sull’artigianato e sulla lavorazione della lana di lama, alpaca e vicuña.
Vicuña, l’altro animale simbolo del Perù appartenente alla stessa famiglia dei lama e degli alpaca.
Questa specie, molto più rara da incontrare e schiva nei confronti degli uomini, è protetta dal Governo, per cui non si può cacciare e la sua uccisione comporta la reclusione di 8 anni di prigione.
È di colore marroncino e assomiglia quasi ad un cerbiatto.
Tornando alle isolette, è su una di queste che abbiamo fatto conoscenza con Nely, una bimba di 4 anni, vestita con gli abiti tipici degli Uros e curiosissima di noi stranieri.
Si è seduta di fianco a me e Serena e ha cominciato a prendere tutto ciò che avevamo addosso: penna, passaporto, occhiali da sole, orologio, cerniere degli zaini...
Era tutto abbastanza nuovo per lei e siamo rimasti incantati per minuti nel vedere lei che cercava di capire che oggetti fossero quelli alla sua portata.
Diceva poche parole, incomprensibili dato che i peruviani hanno oltre allo spagnolo anche un’altra lingua, il quechua, che è la lingua originaria degli Inca, nulla a che vedere con lo spagnolo.
Una bambina stupenda che ci ha preso per mano e ci ha mostrato la sua casa/capanna in compagnia della mamma.
Il pomeriggio, invece, nel gelido sito di Sillustani, a 30 minuti di macchina da Puno.
Eravamo a m 4800 circa e in assenza del sole si battevano i denti, soprattutto a causa del forte vento; ma ne è valsa decisamente la pena.
La guida ci ha mostrato e spiegato le rovine presenti nel sito archeologico e ancora una volta abbiamo appreso la superiorità del popolo Inca.
Queste sono le loro tombe, tumuli di pietre disposte a semicerchio.
Il Perù, soprattutto nel passato, è stata una terra sottoposta a forti scosse sismiche; queste strutture sono state progettate considerando anche questo aspetto e si sono adottate tecniche anti-sismiche all’avanguardia per prevenire eventuali crolli.
Inoltre in questo sito sono presenti vari tumuli in pietra, ma la loro disposizione non è assolutamente casuale: vedendoli dall’alto, queste piccole montagnole formano le principali costellazioni visibili dal Perù.
                                                                                                       Tempio
Ultimo oggetto delle nostre osservazioni è stata questa pietra, anzi per meglio dire, questo masso di meteorite.
Sono presenti 3 simboli: una specie di piccola fossetta; una linea curva concentrica; il volto del puma, animale sacro agli Inca insieme al serpente e al condor.
Questa simbologia ha ovviamente un significato: quando un uomo muore, la vita terrena termina (la fossetta), ma non quella celeste che invece ha inizio (dalla fossetta infatti inizia la linea concentrica che rappresenta il movimento cosmico, la vita ultraterrena).
Il Condor:"collare" tipico, becco, corpo
e le pietre in fondo a fare da ali




Il puma è invece l’incarnazione del vigore, della prestanza fisica nei migliori anni di un uomo.
E così anche Puno ce la siamo lasciati alle spalle.
L’ultima città da noi visitata è stata Arequipa.
Anche qui non ci sono tantissime attrattive come si potrebbe pensare, ma alcuni punti turistici degni di visita li abbiamo comunque incontrati.
Ciò che da subito consigliano di visitare è il Monastero di Santa Catalina e il Museo della mummia Juanita.
Il primo edificio è per l’appunto un monastero di clausura dedicato a santa Caterina da Siena, fondato sul finire del XVI secolo e che tuttora conta alcune suore che vivono sempre nella clausura.
È il monastero più grande al mondo tanto che all’interno ci sono piazze, vie e vari chiostri all’aperto, per non parlare ovviamente di tutte le sale, le celle, i refettori e le infinite cucine, con enormi forni in pietra.
                                           Scolapiatti                        Per fare le ostie...
All’inizio questo monastero non ha avuto gran successo, ma con il passare degli anni ha assunto sempre più importanza, divenendo anche un importante centro di smistamento merci e produzione di pane, dolci e crostate, in cui le suore erano specializzate.
                                            Filtro per l'acqua                 Le celle...
Siamo rimasti all’interno per più di 2 ore e vi assicuro che siamo rimasti sbalorditi dalla complessità della struttura: entri in una cella che a sua volta dà la possibilità di prendere due strade che a loro volta danno su altri vicoli.
Tutta la visita è stata così, cercando di ricordare dove fossimo passati e con la volontà di non trascurare nessun lato dell’edificio.
Usciti, non abbiamo fatto visita alla piccola Juanita, una bimba inca di 14/15 anni trovata congelata in cima di un monte nel 1995, ma abbiamo fatto un giro per conto nostro per le vie di Arequipa.
Ultimo giorno prima della partenza per fare ritorno a Pesqueira è stato Lima nuovamente; la nostra unica volontà era stavolta vedere l’Oceano Pacifico.
È stata una bella sudata, con le valigie per le mani e con una rampa abbastanza ripida di scale da fare per raggiungere il litorale, ma alla fine siamo arrivati e ci siamo goduti il paesaggio.
In caso di Tsunami devi correre il più
 velocemente possibile per le scale,
e stai sicuro che ti salvi...
Forse ho scritto un po’ più del solito, e vi assicuro che ci sarebbero altre 10000 cose da raccontare: piatti tipici, scene abbastanza comiche tra me e Serena che non sapevamo lo spagnolo e i peruviani che invece lo parlavano senza far un piccolo sforzo per farsi comprendere da noi, guide e autisti meritevoli di descrizioni, come Daniele, il nostro accompagnatore da Puno ad Arequipa...
Una varietà enorme di patate e cereali
Ma vi grazio.
Si è rivelata una bella vacanza, ben organizzata, e spero che sia riuscito a far viaggiare anche voi seduti da casa...