martedì 31 luglio 2012

Che devo fare?

La settimana appena passata è stata un po’ turbolenta, soprattutto all’ASEVI.
I bambini che hanno passato gran parte della giornata a picchiarsi, urlare e avere atteggiamenti da “bulletti” con i propri compagni sono stati più del solito, almeno in mia presenza.
Il giovedì è il giorno in cui mi trovo con i più piccoli, tra i 3 e i 5 anni circa, e so che è il giorno più faticoso e stressante della settimana, se non altro per quanto riguarda il pomeriggio.
Quella dei piccoli è anche la sala con più bambini di qualunque altra, con un numero che può arrivare fino ai 20 elementi.
La certezza che si ha quando si sta con loro è che non si ha un attimo di tregua e che si dovrebbero avere 10 occhi per controllare tutto quello che riescono a combinare.
Prendo un bambino perché si sta arrampicando sulla finestra e ce ne sono altri due che se le danno di santa ragione; vado a separarli e ce n’è un altro che si aggrappa a me con nessuna intenzione di staccarsi; cerco di allontanarlo e comincia a piangere, mettendo il broncio...
Questo più o meno per 2 ore al pomeriggio, escludendo i momenti dedicati alla merenda/cena e al gioco libero fuori dalla sala.
Quello a cui sto pensando a conclusione di questa settimana non è tanto trovare qualcosa da far fare in silenzio e tranquillità ai bambini, perché alla fine con un cartone animato o con colori, colla e carta si riesce a farli lavorare senza troppa confusione, ma è un altro l’aspetto che mi sta mettendo in difficoltà.
Spesso ad avere atteggiamenti aggressivi o di totale chiusura sono i bambini/ragazzi che non hanno una buona situazione familiare, che hanno subìto maltrattamenti o che vivono in condizioni di estrema povertà.
Sapersi relazionare con loro credo sia una delle difficoltà più grandi che un educatore riscontra svolgendo il proprio lavoro.
Sembra che qualunque gesto possa fare per cercare di aiutare il ragazzo non fa altro che allontanarlo ancora di più.
Giovedì, a metà pomeriggio, Silvania (l’educatrice) mi chiede di prendere Daniel e di portarlo fuori 5 minuti, perché stava combinando il putiferio.
Ovviamente i 5 minuti non si sono raggiunti e dopo tre era di nuovo in sala, fuggito dal mio controllo.
Quello che mi sono chiesto mentre ero con lui è stato: “che cosa devo fare perché si tranquillizzi?”.
Daniel ha 3 anni più o meno, quindi lo posso tranquillamente sollevare impedendogli qualunque movimento; ma è questo l’atteggiamento più giusto da avere?
Gli faccio una carezza e quasi lui mi da’ un pugno; lo blocco e vedo che si agita ancora di più e si divincola come un gatto imprigionato in una gabbia; lo lascio andare e lui ne fa di tutti i colori; alzo la voce e lui se ne va con aria sprezzante.
A fine giornata ho parlato qualche minuto con Silvania chiedendole un consiglio, ma anche lei a volte rimane senza parole, non sapendo da dove cominciare.
Senz’altro il suo suggerimento di mettersi accanto a Daniel con tranquillità, cercando di parlargli con affetto e dimostrandosi caloroso nei suoi confronti è ottimo e porterà senza dubbio dei risultati, ma vi assicuro che con tutta la forza di volontà che un educatore possa avere, se il bambino non ha intenzione di stare tranquillo, non si riesce a concludere nulla di buono.
Questo fatto avvenuto giovedì con Daniel mi ha messo un po’ in difficoltà e sono sicuro che sarà così anche nei prossimi giorni con tanti altri ragazzi.
Vederlo continuamente in agitazione e non avere la minima idea di come agire per fargli rispettare le regole che ci sono per tutti: questo è ciò che ho vissuto e devo dire che non è una sensazione piacevole, soprattutto perché capisco che non sono di aiuto a nessuno.
Avere una qualifica in questo ambito, cioè sapere come i bambini vivono il disagio delle violenze, della povertà, della separazione dei/dai propri genitori e via dicendo, credo sempre più che sia fondamentale.
E così mi capita anche al PODE.
Quanto volte mi fermo di fronte a bambini che battono continuamente mani e piedi, che sembrano che non stiano intendendo assolutamente nulla di quello che sto loro comunicando, che per il fatto che non parlino neanche io capisco quello che provano.
E anche in queste occasioni mi chiedo: “che cosa starà pensando di me? come faccio a capire la differenza che c’è alla base di un gesto sgarbato, se cioè è frutto di una loro ripicca o piuttosto del loro deficit?”.
Forse lo studio non dà tutte le risposte a queste domande, ma sicuramente aiuta a trovarne perlomeno qualcuna.
Probabilmente è l’amore incondizionato che riesce a trasmettere più di tutto ciò che con qualsiasi studio si tenta di trasmettere, ma non è sempre facile e a volte essere affettuosi è l’ultimo atteggiamento a cui si pensa.
Ciò che non deve mai mancare credo sia la voglia di fare e di non rimanere inermi, sfiduciati perché non si riesce in nulla.
Ciò che sto incontrando sono senz’altro delle difficoltà, ma è giusto e normale che ce ne siano; l’importante è non lasciarsi scoraggiare, in questa situazione che sto vivendo così come in qualsiasi altro ostacolo che si può incontrare nella propria vita.

sabato 21 luglio 2012

Ben tornati!

Anche questa settimana è passata.
L’ASEVI ha finalmente riaperto dopo 15 giorni di chiusura e i ragazzi sono ricominciati a venire.
È stato un rientro “movimentato”, se può andare bene utilizzare questo aggettivo.
Correre dietro ai bambini, dividere chi litiga per un nulla, coinvolgere nelle attività chi si mette da parte...ma anche sorridere per alcuni atteggiamenti spontanei degli stessi ragazzi, abbracciare chi viene incontro a te correndo e urlando il tuo nome, insegnare a scrivere e a contare a chi, per l’età, in Italia sarebbe in grado di comporre temi e calcolare a mente...
Questo e tanto altro è l’ASEVI dei piccoli!
Sembra che tutti i giorni siano sempre uguali a quelli passati e a quelli che verranno, ma in realtà ogni giornata mi mostra alcuni lati dei bambini completamente nuovi che non ero stato in grado di riconoscere in precedenza.
C’è sempre qualcuno che mi colpisce per la propria sensibilità prima di quel momento mai mostrata; qualcun altro che a volte ha “effusioni” di bontà e generosità di cui non si conosce la provenienza; altri che non vogliono perdere l’immagine di bulletto che si sono creati ma che di fronte al racconto di una storia rimangono in silenzio e attenti, e sono i primi che ne chiedono un’altra...
Il vivere in mezzo ai bambini è senz’altro faticoso e mette a dura prova tante qualità che si pensa di possedere, ma insegna anche molto, e riesce a sviluppare un’attenzione e una sensibilità che non credo possano crescere in altri ambienti di lavoro.
Sono bambini che entrano con prepotenza nella mia vita, con i loro occhietti vivaci e furbetti e i loro sorrisi che fanno dimenticare tutto ciò che di sbagliato hanno commesso fino a due minuti prima.
A volte penso che cosa succederà a fine esperienza (sì Daniele, un giorno tornerò a casa...), quando io continuerò la mia vita e loro la propria, con la differenza che non staremo più l'uno accanto all'altro e inevitabilmente alcuni ricordi andranno persi.
Ma adesso siamo qui, e senza dubbio vale la pena vivere appieno ogni istante che ci viene offerto e che possiamo trascorrere insieme...

sabato 14 luglio 2012

Alla grande!!

Ieri stavo parlando con Serena riguardo la nostra nostalgia dell’ASEVI...
In queste ultime due settimane abbiamo lavorato al PODE sia la mattina, come da noi scelto sin dall’inizio, sia qualche pomeriggio, in attesa della riapertura della creche.
Sono soltanto 15 giorni eppure ho una grande voglia di ricominciare a giocare e stare insieme ai bambini!
Questo primo mese (ieri abbiamo compiuto questo ulteriore passo in avanti, contento Daniele??) è trascorso nel migliore dei modi, sotto tanti aspetti: gestione del tempo, stanchezza, voglia di fare, rapporto con chi mi sta accanto...
È veramente un periodo sereno e tranquillo e sono contento di come stia andando!
Chissà fra sei mesi quando tutto sarà finito e tornerò a casa al quotidiano che ancora non mi so immaginare, come vivrò il distacco dalla realtà brasiliana.
Al PODE sta andando come mai prima d’ora, malgrado avessi il timore che andando alcuni giorni sia mattina che pomeriggio le attività mi pesassero e le vivessi in maniera non ottimale; e invece ciò non si è verificato, anzi...
Ieri sono stato tutta la mattinata in piscina con alcuni adolescenti che non posseggono gravi deficit, in grado di stare a galla da soli e di potersi muovere autonomamente, malgrado qualche difficoltà.
Con loro non ho fatto altro che giocare, a spruzzarci l’acqua, a tirarci la palla e via dicendo; e mentre giocavo pensavo a come stessi vivendo bene quel tempo insieme ai ragazzi!
Lunedì invece ricominceremo ad andare all’ASEVI e sono molto contento di poter riprendere il quotidiano con i bambini che abbiamo lasciato qualche giorno fa.
Ci sono alcuni giorni in cui i bambini, per il semplice fatto di essere bambini, ti fanno arrabbiare e che ti fanno venire voglia di prenderli a schiaffi, ma credo che tutto ciò si possa superare e dimenticare con un semplice sorriso da parte loro o una parola di amore detta con sincerità!
Agosto sarà un mese pieno di iniziative per l’ASEVI, per cui fin da ora mi rimboccherò le maniche e cercherò di vivere al meglio questo periodo che sta per iniziare...

Salvador de Bahia

Finché sono rimasto a Pesqueira l’immagine che mi ero fatto del Brasile a causa della televisione o internet non corrispondeva per alcuni aspetti alla realtà.
Salvador de Bahia, prima capitale brasiliana, invece mi ha mostrato questo volto del Paese che pensavo di incontrare a Pesqueira.
In questi giorni l’ASEVI  è rimasto chiuso, per cui ci siamo organizzati per sfruttare questa opportunità di riposo per viaggiare e conoscere.
La nostra scelta è caduta su Salvador, sia per la relativa vicinanza che per i commenti positivi che abbiamo sentito su questa città.
Bisogna capire che le distanze qui in Brasile sono leggermente diverse da quelle che abbiamo in Italia, Paese che è 25 volte più piccolo dello stato sudamericano.
Pesqueira-Salvador distano circa 670 km e le soluzioni per il trasporto sono due: pullman o aereo.
Con il primo c’è la comodità che si parte da Pesqueira, si arriva direttamente in centro a Salvador e costa circa €90 andata e ritorno.
L’unico elemento che forse mette un po’ paura è il tempo di percorrenza: circa 15 ore.
D’altro lato l'aereo ci impiega solo un’ora e poco più, ma ha la scomodità che è necessario essere presente in aeroporto 2 ore prima del volo, da Pesqueira bisogna prendere un autobus che in 3 ore porta allo scalo, arrivati a Salvador è necessario prendere un mezzo o un taxi, e non sempre ci sono coincidenze nell’immediato tra i vari spostamenti.
Si fa presto a capire che la nostra decisione è stata quella di prendere il pullman, provando l’ebbrezza (se di ebbrezza si può parlare...) di viaggiare per più di mezza giornata sullo stesso mezzo.
Siamo partiti alle 14.50 da Pesqueira e siamo arrivati a Salvador il giorno dopo alle 5.30.
È da provare!
Il pullman senz’altro è comodo e adibito per una lunga percorrenza di questo tipo; si sono susseguite alcune pause per sgranchirsi le gambe e per mangiare e se non si soffre d’auto si riesce a dormire senza particolari difficoltà.
Personalmente è andato bene, nonostante alla partenza avessi un po’ di timore perché non sapevo come avrei trascorso quelle 14 ore; in realtà ho dormito, guardato un film al computer, ascoltato musica e il tempo è passato.
A Salvador ci aspettava Caroline, una ragazza che conosce suor Cristina e che era stata avvertita del nostro arrivo.
Suor Cristina ha vissuto tre anni a Salvador, durante i quali ha conosciuto la famiglia che in questi giorni ci ha ospitato.
È una tipica famiglia brasiliana, con tanti figli e parenti, tutti che vivono nello stesso edificio; ma noi abbiamo avuto più contatto con Caroline, con la sorella Ina, con il padre Claudio e, sporadicamente, con il fratello Ariel.
Questi ci hanno fatto da guide e con le due sorelle abbiamo trascorso giornate intere. La mamma, invece, è rimasta in casa per i nostri pranzi/cene.
Ma parliamo della protagonista di questa gita che è Salvador stessa.
È stata la prima capitale del Brasile per cui è una città piena di storia e di monumenti e al momento è al terzo posto per numero di abitanti.
Descriverla non è facile: ci sono tante particolarità che meriterebbero attenzione, ma anche molto tempo per essere presentate, e molte caratteristiche che andrebbero conosciute...ma esporrò gli aspetti per i quali Salvador è più conosciuta.
                                               Calimba, strumento musicale che
                                               ha come cassa di risonanza il cocco
                                              o la zucchina svuotati
La sua storia è legata profondamente all’Africa e allo schiavismo, diffusosi a causa della colonizzazione portoghese e olandese, e non è difficile incontrare piazze e musei che parlano di questo.
Maschere africane
Il quartiere decisamente più famoso è quello del Pelourinho.
Con il termine “pelourinho” (“palo”) nel XVI-XVII secolo si indicava la colonna in pietra nel centro della città dove gli schiavi africani venivano puniti per la loro mancanza di rispetto e obbedienza verso i “padroni” portoghesi.
Le punizioni alla vista di tutti erano anche un avvertimento per gli altri affinché potessero capire a che cosa sarebbero andati incontro se non avessero eseguito gli ordini.
Questa colonna fu definitivamente rimossa da Salvador sul finire del XIX secolo; oggi il Pelourinho è un intero quartiere, pieno di musei e di negozietti di strumenti musicali e artigianato.
Attualmente può essere considerato il centro storico della città, con tanti monumenti e chiese che abbiamo visitato: São Francisco, la Cattedrale, São Pedro...


Chiesa di São Francisco
Ogni più piccola parte interna è completamente rivestita in oro.

Azulejos (maioliche) che ricoprono le pareti del chiostro della chiesa di São Francisco.
Cattedrale
C’è poi la chiesa di Senhor do Bomfin, fuori dal Pelourinho, ma meritevole comunque di essere visitata.
Tutte queste fitas (nastri) vengono attaccate al cancello della chiesa 
in segno di devozione
Un’altra attrazione simbolo di questa città è l’elevador (ascensore) dal quale si può avere una panoramica dall’alto della città.
Prenderlo è costato circa € 0,06 e senza dubbio il prezzo non vale la visione che si ha.

Sempre risalenti all’epoca coloniale sono i “forti”, disseminati per tutta l’area della città.
Sono la testimonianza vivente di ciò che Salvador ha realmente vissuto e per questo, secondo me, ancora più interessanti da visitare.
Su tutte le guide viene detto che i mesi in cui non si riesce a godersi Salvador a causa del mal tempo sono luglio e agosto: purtroppo non siamo noi a decidere quando l’ASEVI deve rimanere aperto o chiuso, per cui fin da inizio gita sapevamo che ci poteva andare male...
Ma nella realtà siamo stati più che fortunati!
Il giorno del nostro arrivo abbiamo avuto vento, pioggia e temperature al di sotto della norma, ma poi, fino alla nostra ripartenza martedì mattina, sembrava di stare ad agosto in Italia, con sole cocente e temperature eqautoriali.
Ne abbiamo approfittato il più possibile andando in spiaggia domenica mattina e il giorno successivo e camminando per la città per ore intere.
Di spiagge ne abbiamo visitato due: la praia di Berra e un’altra, che si trova invece nell’isola di Itaparica.


La prima decisamente di stile americano, come avevamo avuto occasione di vedere già a Recife, con una striscia non molto grande di sabbia bianca e fine e, a circa cento metri dal bagnasciuga, palazzoni che si elevano per metri e metri di altezza.
Rispetto a Recife mi è piaciuta di più la praia di Barra, con meno confusione, acqua secondo me più calda, mare limpido e per nulla agitato.
Si aveva un panorama stupendo!
Invece lunedì siamo stati dalla mattina fino a metà pomeriggio all’isola di Itaparica, la più famosa e visitata dinanzi alla baia di Salvador.
All’andata abbiamo preso una specie di traghetto che doveva impiegare 40 minuti per la traversata, ma che in realtà dopo un’ora e dieci minuti era ancora in alto mare, nel vero senso della parola...
Era di una lentezza indescrivibile malgrado non sembrasse in pessime condizioni e non fosse neanche di piccole dimensioni; il tempo, almeno in questo, ci ha aiutato e siamo potuti stare sul ponte a goderci fresco e panorama.



La prima cosa che mi ha colpito dell’isola appena abbiamo noleggiato un pullmino per fare un giro turistico è la quantità di alberi e vegetazione presenti.
È un’isola verdissima e molto piacevole da vedere.




Colorata, con tanti edifici risalenti all'epoca della colonizzazione olandese e portoghese, pulita e, logicamente essendo un’isola, piena di belle spiagge.
Abbiamo pranzato su una di queste, con alle spalle una distesa di alberi e palme e senza confusione, poiché lunedì mattina.
Il sole picchiava forte sulle nostre teste e tutti abbiam preso un bel colorito, malgrado fossimo rimasti in spiaggia per non più di un’ora...
Il viaggio di ritorno è stato decisamente più divertente ed efficiente.
Non più il traghetto che va a remi, ma un battellino di piccole dimensioni sul quale si viene sballottati da un lato all’altro seguendo il moto delle onde.
Non è stata la prima volta che prendevo un’imbarcazione, ma è stata sicuramente la prima in cui dondolavo in quella maniera!
Avevo un po’ di paura perché avevamo pranzato da poco e non sapevo come avrebbe reagito il mio stomaco visti i primi due minuti di viaggio, ma in realtà in 35 minuti eravamo già sulla sponda di Salvador (alla faccia del traghetto tecnologico dell’andata...) e non ho patito per nulla il dondolìo continuo.
Quello che abbiamo potuto notare sia domenica in giro per Salvador che lunedì ad Itaparica è  il mutamento della città a distanza di pochi chilometri.
Non avete idea delle condizioni in cui là (e mi viene da dire anche qui, a Pesqueira) migliaia di famiglie riescono a vivere, in case arroccate una sopra l’altra, fatte in mattoni senza rivestimento, tetti in lamiera e animali di ogni tipo che entrano ed escono.
Non abbiamo avuto l'occasione di accedere in nessuna di queste abitazioni, ma sono sicuro che anche le condizioni igieniche non siano delle migliori, a giudicare per lo meno dall’esterno.
Come ho già preannunciato, vivere a Salvador mi ha fatto rendere conto di stare in Brasile, per tanti aspetti che avevo visto in Italia tramite mezzi di comunicazione e che qui ho poi riscontrato.
                                                                                     Gamberetti 

Ho tante immagini nella mente delle tanto note favelas di Rio de Janeiro: case in lamiera, legno, terra e via dicendo, tutte addossate le une alle altre e di piccole dimensioni.
Affacciandomi dalla finestra della camera in cui ho dormito il panorama che vedevo era questo:

perfettamente rispecchiante le foto che ho in mente.
Prima di arrivare qui in Brasile a febbraio, mi sono visto a casa il film “Cidade de Deus”, che  racconta la storia di alcuni ragazzi della periferia di Rio.
Ebbene, dopo un giorno a Salvador mi sembrava di rivedere perfettamente alcune scene del film, a partire dall’autobus, che abbiamo preso tutti i giorni per muoverci più velocemente, con il tornello all’entrata della porta e un controllore che prende i soldi dei biglietti e ti lascia passare, per arrivare alle semplici persone che si incontrano per strada.
Sicuramente Salvador non è campagna come Pesqueira e questo è visibile ad occhio nudo.
È inoltre una città tra le più violente e pericolose.
Non siamo mai usciti da soli neanche alle 11 del mattino, sempre accompagnati da Carol e Ina o il padre; e la sera siamo sempre rimasti in casa.
Dalle loro parole i turisti, se non adeguatamente protetti e accompagnati da persone del luogo, non durano un giorno senza essere assaltati.
Con noi si è verificato solo un caso in cui ci siamo dileguati per evitare probabili complicazioni, ma a parte questo caso sporadico non ci è capitato nulla di pericoloso.
Loro invece sono rimasti per tutti i giorni in continua apprensione per la nostra sicurezza e non avete idea delle precauzioni che continuamente prendevamo nei nostri confronti.
Tutte le guide parlano di Salvador come una città piena di violenza e problemi sociali, ma ci siam chiesti se eravamo noi troppo imprudenti per giudicare il loro comportamento troppo apprensivo, o se realmente essi si sono preoccupati troppo perché responsabili di noi ospiti.
Non so dare una risposta....
Forse un po’ dell’uno e un po’ dell’altro; la prudenza forse non è mai troppa, per cui va bene che sia andata così.
Il mutamento di cui parlavo poc’anzi è quello che il Brasile vuole mostrare al mondo intero, ma che in realtà non descrive assolutamente la verità.
I quartieri turistici che abbiamo attraversato per arrivare in spiaggia e all’isola sembravano quelli delle migliori città giapponesi in pieno centro: strade pulite, polizia che controlla, allegre famigliole che passeggiano senza paura, palazzi immensi circondati dal verde...
Uno stacco tra le due realtà indescrivibile, segno di una nazione che, sfruttando le spalle di migliaia (se non di milioni nel caso del Brasile) di persone che vivono nella povertà e miseria, riesce a far apparire al mondo intero il lato migliore dello sviluppo.
Sono tante le particolarità di Salvador, dalla storia abbastanza moderna rispetto a quella europea agli usi e costumi attuali: donne vestite con gli abiti tipici di Bahia che fanno le trecce alle ragazze, gruppi di capoeira che per strada cercano di racimolare qualcosa, uomini in cerca di vendere ogni sorta di souvenir che ti seguono finché non vengono respinti in maniera abbastanza esplicita...
Acarajé
Abarà
E poi tante comidas (piatti) tipiche, come l’acarajé, carurù, abarà, vatapà non fanno che arricchire ancora di più il vasto repertorio di Salvador.
Forse mi sono dilungato un po’ troppo, vero Daniele? ma spero che questa mia descrizione abbastanza generale vi abbia aiutato a conoscere, anche se solo da lontano, un altro aspetto del grande Brasile...