Ieri, come
ogni sabato e mercoledì, è stato giorno di feira, cioè di mercato.
Dalle 7
circa del mattino fino alle 16.30 si può andare in questo mercato rionale per
provvedere soprattutto a frutta e verdura a minor costo e di miglior qualità
rispetto a quella che si può trovare nei supermercati.
Il mercoledì
mattino in particolar modo la feira è piena di banconi e persone intente ad
accaparrarsi le vivande migliori; già nel pomeriggio, invece, e tutto il sabato
la feira scarseggia sia in quantità che in qualità di prodotti.
Per le
pietanze i costi non sono lontanamente paragonabili a quelli italiani: qui è tutto
decisamente più conveniente, come d’altronde il costo della vita sotto
qualsiasi altro aspetto.
Alcuni tipi
di prodotti vanno a peso, altri invece a quantità di pezzi comprati: tre
ananas costano R$ 2, cioè € 0,75 (il cambio quando siamo arrivati era 2,43 a favore
dell’Euro, adesso sta aumentando di giorno in giorno e stiamo sui 2,67); dodici
banane R$ 1,50; un cespo di insalata R$ 1; kg 1 di pomodori R$ 1; kg 1 di
patate R$ 2; cinque mele grosse R$ 2, perché quelle piccole costano invece R$
2 sempre ogni gruppo di cinque; kg 1 di carote R$ 1; una confezione di peperoni
con dentro otto pezzi R$ 1...
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| Jiacca |
Insomma, per frutta e verdura è decisamente conveniente fare la spesa qui in Brasile.
Un aspetto,
per così dire, particolare della feira, a cui ci si deve abituare anche per
altre situazioni, è l’igiene.
Si vendono
dolci e formaggi all’aria aperta e se non sono adeguatamente protetti a volte
non si riesce neanche a capire cosa c’è sotto, perché si può depositare uno
strato di mosche che brulicano per tutta la superficie della pietanza.
Ma basta
avere un poco di giudizio per capire cosa sia opportuno comprare e cosa no.
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| Poveri pulcini... |
Il clima qui
in Brasile è evidentemente diverso da quello che si può trovare in Italia o in
Europa più in generale e quindi anche qui ci sono differenti prodotti, alcuni
che noi non abbiamo e altri (la stragrande maggioranza) che da noi si consumano
quotidianamente e qua non sanno cosa siano.
Non c’è
varietà di formaggi, e quei pochi che ci sono non hanno niente a che vedere con
i nostri: c’è la ricotta salata (che ancora non abbiamo sperimentato...) e formaggio
confezionato a fette (queijo de coalho, cioè di caglio).
La pasta è
solo di farina di semola, che ha un tempo di cottura decisamente inferiore a
quello di grano duro, e se non sei capace a cucinare, diventa una
poltiglia informe e molliccia.
Quella di
grano duro l’abbiamo trovata in un supermercato qui vicino ma è decisamente più
cara degli altri tipi di pasta.
Carciofi,
piselli, lenticchie, bieta, spinaci, broccoli, finocchi, salvia, fave, grano
sono tutti prodotti che qui non si vedono.
Così come
melone arancione (ci sono l’anguria e melone giallo), cachi, albicocca e tutti
i tipi di insaccati (prosciutti, salami, pancetta, bresaola, speck...), ad
esclusione di mortadella e wurstel.
Ma non è
tutto così negativo come lo sto facendo passare...
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| Goiaba |
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| Pitomba |
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| Guaranà |
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| Graviola |
Verdure e frutta che noi invece non sappiamo cosa siano sono la pinha (potete immaginare che forma possiede se si chiama pinha, molto dolce e per me molto buona), maracuja, abacati (che non sa assolutamente di nulla se non aggiungendo una buona quantità di zucchero, e che non bisogna confondere con l’abacaxi, che invece è l’ananas), manga (mango), mamão (papaya), umbù (orrendo...sempre per me), acerola (simile per forma alla ciliegia ma molto più acidula), chuchu (sapore simile alla patata) graviola, goiaba, pitanga, seriguela, açaí, cupuaçú, pitomba e tanti altri prodotti che ho in mente ma di cui non ricordo il nome.
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| Acerola |
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| Chuchu |
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| Açaì |
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| Cajà |
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| Pitanga |
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| Cupuaçù |
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| Manga |
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| Umbù |
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| Pinha |
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| Seriguela |
Bisogna adattarsi,
sicuramente non stiamo patendo la fame, anzi, ma quello che ci sorprende è il
fatto che non ci sia molta varietà nei pasti.
Facciamo colazione a casa con
biscotti, latte, succhi di frutta...ma il pranzo lo passiamo nelle strutture in
cui lavoriamo la mattina, e cioè io e Serena al PODE e Gian e Elisa all’ASEVI
dei grandi.
Prima di
arrivare a prendere il piatto sappiamo già cosa andremo a mangiare perché tutti
i giorni il menù è lo stesso: riso in bianco, fagioli, spaghetti con qualche
spruzzata di rosso ad indicare il pomodoro (solo ed esclusivamente spaghetti,
altri tipi di pasta non ne cucinano), carne di pollo (a volte anche di montone
e bue) e insalata (lattuga, cetrioli, patate, carote, chuchu).
Tutti i
giorni così.
All’ASEVI
ogni tanto c’è qualcosa di diverso, con cous-cous al posto del riso ma per il resto tutto uguale...
Anche nel
mangiare ci sono pratiche differenti.
Non c’è
l’idea di mangiare la pasta, poi la carne con verdura e infine la frutta; si mette tutto insieme nello stesso piatto e non è difficile vedere persone che
intingono la banana nel sugo della pasta o danno un boccone al manga e subito
dopo alla pasta.
Il pane non
si mangia così come i tovaglioli non sanno cosa siano.
Siamo andati
qualche volta in pizzeria; qui a Pesqeuira ce ne sono due in particolare:
“Giovanna” e “Forno á lenha”.
La pizza è diversa dalla nostra, è un po’ più alta e non se ne ordina una ciascuna: ce
ne sono di varie dimensioni (piccola, media, grande e gigante) che vengono
divise in fette e in base a quanti si è, se ne sceglie un tipo.
I condimenti
sono un po’ atipici, ma finora quelli che ho provato li ho graditi.
In quasi
tutte le pizze si trova il pollo sfilacciato, ma ci sono anche il palmito (la corteccia
della palma, molto buona...), il catupiry (altro tipo di carne), i quattro
formaggi (che non si sa quali siano queste varietà di formaggi, sul menù sono
scritti gorgonzola, provolone e parmigiano, ma saranno quelli veri??), escarola
(verdura), atum (tonno), mais e tanto altro.
La prima
settimana che siamo arrivati, don Meo ci ha portato in un locale chiamato “Casarão”
in cui c’è una pratica particolare: è un self-service dove non paghi in base a
ciò che prendi, bensì al peso.
Puoi
prendere due cucchiaiate di riso così come una fetta di carne; se il peso è
uguale paghi la stessa cifra.
È curiosa
come usanza e l’abbiamo ritrovata anche in una gelateria in cui siamo andati
un paio di volte: non paghi in base alla grandezza del cono o della coppetta,
ma in base al peso del gelato che metti.
Ho avuto la
fortuna di nascere nel Paese che secondo me ha la cucina migliore del mondo, tuttavia questo comporta che in qualsiasi altro posto vada mi sembra tutto
peggiore...ma sicuramente qui come qualità non mi posso lamentare.
Ci si abitua
e casomai, quando tornerò a casa, mi rifornirò con tutto ciò che non ho avuto
modo di mangiare qui...