I bambini che hanno passato gran parte della giornata a picchiarsi,
urlare e avere atteggiamenti da “bulletti” con i propri compagni sono stati più
del solito, almeno in mia presenza.
Il giovedì è il giorno in cui mi trovo con i più piccoli, tra i 3 e i 5
anni circa, e so che è il giorno più faticoso e stressante della settimana, se
non altro per quanto riguarda il pomeriggio.
Quella dei piccoli è anche la sala con più bambini di qualunque altra, con
un numero che può arrivare fino ai 20 elementi.
La certezza che si ha quando si sta con loro è che non si ha un attimo
di tregua e che si dovrebbero avere 10 occhi per controllare tutto quello che
riescono a combinare.
Prendo un bambino perché si sta arrampicando sulla finestra e ce ne sono
altri due che se le danno di santa ragione; vado a separarli e ce n’è un altro
che si aggrappa a me con nessuna intenzione di staccarsi; cerco di allontanarlo
e comincia a piangere, mettendo il broncio...
Questo più o meno per 2 ore al pomeriggio, escludendo i momenti dedicati
alla merenda/cena e al gioco libero fuori dalla sala.
Quello a cui sto pensando a conclusione di questa settimana non è tanto
trovare qualcosa da far fare in silenzio e tranquillità ai bambini, perché alla
fine con un cartone animato o con colori, colla e carta si riesce a farli
lavorare senza troppa confusione, ma è un altro l’aspetto che mi sta mettendo
in difficoltà.
Spesso ad avere atteggiamenti aggressivi o di totale chiusura sono i
bambini/ragazzi che non hanno una buona situazione familiare, che hanno subìto
maltrattamenti o che vivono in condizioni di estrema povertà.
Sapersi relazionare con loro credo sia una delle difficoltà più grandi
che un educatore riscontra svolgendo il proprio lavoro.
Sembra che qualunque gesto possa fare per cercare di aiutare il ragazzo
non fa altro che allontanarlo ancora di più.
Giovedì, a metà pomeriggio, Silvania (l’educatrice) mi chiede di
prendere Daniel e di portarlo fuori 5 minuti, perché stava combinando il
putiferio.
Ovviamente i 5 minuti non si sono raggiunti e dopo tre era di nuovo in
sala, fuggito dal mio controllo.
Quello che mi sono chiesto mentre ero con lui è stato: “che cosa devo
fare perché si tranquillizzi?”.
Daniel ha 3 anni più o meno, quindi lo posso tranquillamente sollevare
impedendogli qualunque movimento; ma è questo l’atteggiamento più giusto da
avere?
Gli faccio una carezza e quasi lui mi da’ un pugno; lo blocco e vedo che
si agita ancora di più e si divincola come un gatto imprigionato in una gabbia;
lo lascio andare e lui ne fa di tutti i colori; alzo la voce e lui se ne va con
aria sprezzante.
Senz’altro il suo suggerimento di mettersi accanto a Daniel con
tranquillità, cercando di parlargli con affetto e dimostrandosi caloroso nei
suoi confronti è ottimo e porterà senza dubbio dei risultati, ma vi assicuro
che con tutta la forza di volontà che un educatore possa avere, se il bambino
non ha intenzione di stare tranquillo, non si riesce a concludere nulla di
buono.
Questo fatto avvenuto giovedì con Daniel mi ha messo un po’ in
difficoltà e sono sicuro che sarà così anche nei prossimi giorni con tanti
altri ragazzi.
Vederlo continuamente in agitazione e non avere la minima idea di come agire per fargli rispettare le regole che ci sono per tutti: questo è ciò che ho
vissuto e devo dire che non è una sensazione piacevole, soprattutto perché
capisco che non sono di aiuto a nessuno.
Avere una qualifica in questo ambito, cioè sapere come i bambini vivono
il disagio delle violenze, della povertà, della separazione dei/dai propri
genitori e via dicendo, credo sempre più che sia fondamentale.
E così mi capita anche al PODE.
E anche in queste occasioni mi chiedo: “che cosa starà pensando di me?
come faccio a capire la differenza che c’è alla base di un gesto sgarbato, se
cioè è frutto di una loro ripicca o piuttosto del loro deficit?”.
Forse lo studio non dà tutte le risposte a queste domande, ma sicuramente aiuta
a trovarne perlomeno qualcuna.
Probabilmente è l’amore incondizionato che riesce a trasmettere più di
tutto ciò che con qualsiasi studio si tenta di trasmettere, ma non è sempre
facile e a volte essere affettuosi è l’ultimo atteggiamento a cui si pensa.
Ciò che non deve mai mancare credo sia la voglia di fare e di non rimanere inermi, sfiduciati perché non si riesce in nulla.
Ciò che sto incontrando sono senz’altro delle difficoltà, ma è giusto e
normale che ce ne siano; l’importante è non lasciarsi scoraggiare, in questa
situazione che sto vivendo così come in qualsiasi altro ostacolo che si può
incontrare nella propria vita.
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