sabato 4 agosto 2012

Se Deus quiser


Se qualcuno avrà la fortuna di venire qui in Brasile, noterà tante piccole differenze nella vita quotidiana rispetto al nostro vivere in Italia.
Una fra queste è pronunciare la frase: “se Deus quiser...”
Come traduzione è molto semplice: “se Dio vuole”, ma ciò che fa riflettere è l’utilizzo costante e permanente di questo augurio alla fine di ogni discorso.
Se mi vedo con un’educatrice e le dico: “allora ci vediamo oggi pomeriggio?”, lei con molta naturalezza e spontaneità risponde: “certo, se Dio lo vorrà”.
Sì. Sono d’accordo sul fatto che non sappiamo fra 10 minuti cosa potrà mai accaderci, ma dal non avere la certezza del nostro futuro a dire per ogni piccola stupidaggine “se Dio lo vorrà” credo che ne passa di acqua sotto i ponti.
È purtroppo un pensiero comune per quasi la totalità delle persone credere che tutto dipenda da Dio, e non piuttosto dalla nostra voglia di fare o non fare determinate azioni.
Ieri ho riflettuto su questo aspetto grazie ad una bambina che frequenta la sala di M.Heléna.
Kaity ha 4 anni ed è sordomuta.
È incredibilmente difficile comunicare con lei perché le parlo e la chiamo come farei con qualunque altro bambino, ma l’unica differenza è che lei non dà risposta; e in quel momento penso: “certo che non mi risponde, non mi sente!”.
Quello che mi ha lasciato un po’ perplesso è ciò che mi ha detto M.Heléna riguardo il deficit della piccola: con un’operazione alle orecchie ci sono altissime probabilità che Kaity riesca a sentire, o perlomeno a percepire qualche suono con l’aiuto di un apparecchio acustico.
L’operazione non viene fatta perché i nonni materni non lasciano l’autorizzazione.
Ho chiesto se è per la pericolosità dell’intervento ma M.Heléna con aria un po’ stizzita mi ha detto che non è per paura, bensì perché credono che la bambina debba rimanere così, essendo dalla nascita con questo problema.
A suo dire (e anche a mio) i nonni hanno un modo di pensare un po’ all’antica: Dio ha voluto che Kaity nascesse sordomuta perciò non bisogna fare altro che accettare la Sua volontà.
Abbastanza stupido come pensiero a mio parere.
Ho parlato un po’ con la mamma di questa bimba e facendo finta che non conoscessi la storia della figlia, le ho chiesto qual era il problema della piccola, se poteva migliorare, quali erano le sue paure.
Sinceramente dalle risposte che mi dava, ciò che ho percepito è che non si convince ad eseguire l’operazione perché ha timore che qualcosa possa andare storto.
È sempre un intervento a cranio aperto e per il resto dei suoi giorni Kaity dovrebbe avere uno stile di vita un po’ più tranquillo, evitando movimenti bruschi e soprattutto le cadute, perché il microcip che verrebbe inserito all’interno delle due orecchie potrebbe muoversi e provocare ulteriori danni, costringendola ad un’altra operazione.
Se i motivi sono realmente questi non sono nelle condizioni di dire assolutamente nulla, e solo i genitori sanno che grande responsabilità hanno nei confronti della salute di Kaity; ma la storia raccontata da M.Heléna non credo sia inventata e non stento a crederci.
“Se Deus quiser”, “graças a Deus”, “fique com Deus” (stai con Dio, Dio ti accompagni), “Deus te abençoe” (Dio ti benedica): tutto è direttamente collegato alla volontà divina.
Da ciò si potrebbe pensare che il popolo brasiliano è un popolo profondamente religioso; secondo me alla base di questo credo c'è solo tanta ipocrisia e se si ha questa considerazione riguardo la volontà di Dio, ritengo che qui il concetto di fede è molto distorto, almeno da quello che ho io. 
“Io non mi devo attivare in nessuna circostanza: questo è quello che è capitato nella mia vita e non ho il potere di cambiare nulla”: questo il pensiero di tanti brasiliani (tanti, non tutti...come in qualsiasi altro argomento).
Senz’altro è vero che accadono alcuni avvenimenti lungo il nostro cammino che non dipendono dal nostro volere e che apparentemente non hanno alcun significato, ma lasciare tutto immobile e smettere di lottare credo sia uno degli errori più grandi che si possano commettere.
Forse dire: “è Dio che lo ha voluto” semplifica tutto e ci si crea un movente per rimanere con le mani in mano, molto più semplice senza dubbio rispetto al cercare una soluzione che potrebbe costare fatica.
C’è una storia che ben rappresenta secondo me questa realtà brasiliana; molti lo potrebbero considerare un racconto abbastanza stupido, e forse lo è, ma tante volte è proprio attraverso banalità che si comprendono alcuni concetti.
C’era una volta un uomo, che stranamente chiamerò Daniele, che lavorava come marinaio; era profondamente credente e sapeva che in qualunque situazione si fosse trovato Dio lo avrebbe aiutato.
Una notte, mentre era a largo con il proprio peschereccio, incappò in una tempesta che lo lasciò in balìa delle onde.
La nave, a causa del mare mosso, si distrusse e lui riuscì a salvarsi grazie alla scialuppa di salvataggio, nient’altro che una misera zattera.
Con le prime luci del giorno, Daniele cominciò ad essere raggiunto da varie navi che, vedendolo completamente alla deriva, lo invitavano a salire a bordo; ma lui, imperterrito, rispondeva: “no, grazie. Sarà Dio stesso che mi aiuterà ad uscire da questa situazione”.
E così anche per la seconda, terza e quarta nave che si avvicinava alla zattera.
Dopo molti giorni, Daniele, a causa della mancanza di cibo e acqua, morì in balìa delle onde.
Arrivato in paradiso, incontrò Dio faccia a faccia e lo sfortunato marinaio Gli chiese: “perché non sei venuto ad aiutarmi quando ero in difficoltà?”.
E Dio gli rispose: “No Daniele. Io ho cercato di aiutarti: a tuo parere, chi le ha mandate tutte quelle navi per salvarti? Sei stato tu stesso che non ti sei voluto salvare!”.
Ecco, penso che nella vita di tutti i giorni si incontrano delle difficoltà più o meno dolorose, ma spetta a noi muoverci e spronarci perché non siano gli ostacoli stessi a bloccarci e impedire la realizzazione della nostra felicità. 

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