È stato per me periodo di ferie, ma non si sono dimostrati giorni di
turismo; ho visitato gli altri volontari del servizio civile con cui sono
partito a febbraio e con i quali ho svolto la formazione in Italia.
Anche loro hanno scelto come meta di questa esperienza il Brasile, stando accanto
a ragazzi con problematiche di diversa natura.
Ho conosciuto le realtà nelle quali prestano servizio e sono molto
contento di aver visto con i miei occhi situazioni e condizioni di vita che a
Pesqueira ancora non sono arrivate, o per lo meno se ci sono, sono presenti in
maniera diversa.
Ho pensato un po’ su cosa scrivere e alla fine sono arrivato alla
conclusione che vi racconterò solo qualche dettaglio di Rio che più mi ha
colpito.
Faccio un'aggiunta.
Questo blog che sto scrivendo è gratuito e oggi ho scoperto che ha alcune limitazioni: tra queste c'è la quantità di foto e video che posso inserire.
Con questa ultima foto qui di seguito ho esaurito il limite di immagini per cui da adesso in avanti per la vostra felicità se avrò intenzione di scrivere altri post, questi saranno senza foto né video...
Pesqueira è una cittadina, Rio de Janeiro è una metropoli completamente
differente e credo che non si possa dire di conoscere il Brasile senza essere
stato, anche solo per un giorno, a Rio.
Gli argomenti che affronterò sono due: il “Complexo do alemão” e
“Crackolandia” (mi dispiace Daniele, ma la vita mondana che ci siamo concessi potrai sentirla solo direttamente da me...).
Due realtà diverse ma appartenenti allo stesso contesto di povertà e
degrado sociale.
Il Complexo do alemão non è altro che il nome dato ad una delle
innumerevoli favelas presenti a Rio.
Dovete immaginare queste stranominate favelas come immense distese di
baracche le une addossate sulle altre che occupano grandi aree di diversi
quartieri.
Questo complexo ad oggi conta circa 60.000 persone e dall’alto si rimane
scioccati dalla distesa apparentemente infinita di tutte queste semplici
abitazioni.
È stato un peccato aver scelto una giornata non molto favorevole per
poter girare, dato che ha piovuto dal mattino fino al pomeriggio, per cui anche
la vista che si aveva salendo la funivia non era paragonabile a quella che si
ha durante una giornata di sole; malgrado ciò è stato lo stesso impressionante.
La funivia che appunto sovrasta tutto questo complexo è stata costruita
recentemente, una struttura moderna che sarà costata anche abbastanza denaro;
secondo gli italiani che ci hanno accompagnato lungo questa passeggiata, questa
funivia è stata costruita solo ed esclusivamente per motivi turistici.
Quando in occasione delle prossime GMG 2013, Coppa del Mondo 2014 e
Giochi Olimpici 2016 Rio de Janeiro, e più in generale il Brasile, sarà infestato da milioni di turisti e persone provenienti da ogni dove, grazie alla
funivia di recente costruzione tutti potranno ammirare e fotografare lo
strabiliante quartiere “complexo do alemão”.
Per il momento non è intenzione del governo migliorare questa zona di
Rio: la povertà e l’invivibilità delle favelas sembra che verranno sfruttate
come attrazioni turistiche.
Questo aspetto risulta essere una contraddizione, poiché ciò che da mesi
se non anni si sta assistendo nelle grandi metropoli è la pacificazione delle
favelas, ossia l’entrata dell’esercito con sistemi diciamo poco ortodossi per
sgomberare tutto e tutti.
Il Brasile quest’anno è diventato la quinta (o sesta, adesso non
ricordo...) potenza mondiale, per cui l’immagine che passa per la televisione e
internet non deve essere assolutamente quella di un Paese violento e bisognoso
di aiuto.
Per questo motivo non si riesce a capire perché il complexo do alemão
debba essere utilizzato come attrazione e tanti altri quartieri nelle stesse
condizioni debbano essere distrutti dalla violenza militare.
Una tra le miriadi di contraddizioni brasiliane...
La giornata si è svolta sotto un interminabile diluvio mentre passavamo
tra le strette e poco praticabili vie di queste favelas.
Eravamo guidati da un gruppo di ragazzi evangelici che passava di casa
in casa con il tentativo di recitare insieme alla famiglia alla quale si
bussava alla porta, una breve preghiera, dandole l’invito per partecipare ai
loro incontri settimanali.
Tanti volti, colori e condizioni unici nel loro genere ma che mi hanno
aiutato ancora di più a capire in che luogo fossi finito.
Un aspetto che ha sorpreso tutti noi ma che, riflettendoci su in un
secondo momento, è comune alla quasi totalità dei brasiliani è stato l’accoglienza entusiasta e umile delle famiglie.
In tutte le abitazioni in cui mettevamo piede dicevamo al/alla padrone/a
di casa che era meglio se non entravamo perché in tal caso avremmo solamente
sporcato con i nostri abiti sudici di acqua e quant’altro.
Non avete idea della gentilezza e del sorriso con cui invece eravamo
calorosamente invitati ad entrare malgrado tutto!
Questa accoglienza è senz’altro una caratteristica tipica del popolo
brasiliano ed è forse una tra le poche abitudini che noi italiani dovremmo imparare
ad avere con chi magari incontriamo per la prima volta.
Il pomeriggio è trascorso così, tra i vicoli sperduti di una favelas nel
centro di Rio de Janeiro...
Il mercoledì successivo invece è stata la volta di crackolandia.
Avevo avuto un assaggio di quello che sarei andato a vedere con i miei
occhi già sabato mattina, nel viaggio dall’aeroporto fino a casa; e forse è
stata proprio questa prima “conoscenza” ad avermi aiutato nell’affrontare la
mattinata del mercoledì.
Sabato ammetto che è stato un po’ scioccante aver visto la realtà di
crackolandia, anche per il fatto che ci siamo ritrovati davanti a questi giovani
senza che fossimo stati avvertiti o che ci avessero avvisato di dove saremmo
passati con la macchina.
Per “crackolandia” si intende una zona nella quale
le persone, per lo più giovani, che fanno uso di crack si stabiliscono e nella quale trascorrono l’intera giornata.
Non esistono case né servizi né nulla di tutto ciò che possa servire ad
un comune mortale per poter sopravvivere; ci sono tende improvvisate con buste
di plastica, materassi buttati sul terreno sotto gli alberi, banchetti sparsi
qua e là.
I giovani che occupano in questo modo il suolo pubblico non sono
autorizzati a vivere in queste condizioni, per cui a volte succede che arriva
una retata della polizia che fa sgombrare il tutto.
Loro scappano e si vanno ad installare in un’altra parte della città.
La nostra “missione” infrasettimanale è stata quella di entrare in una di
queste crackolandia che infestano Rio e di portare vivande, medicine e vestiti.
Non so se avete qualche nozione riguardo il crack; io fino a mercoledì
non lo conoscevo nello specifico e grazie a questa esperienza ho capito
qualcosa in più.
Questa droga è una pietruzza di colore giallino, quasi ambra, molto
dura.
I crackudo non fanno altro che riscaldare questa pietruzza con un
accendino e inalare i fumi che ne fuoriescono.
Inizialmente si rimane un po' intontiti e si entra in uno stato di pacatezza e
serenità, poi cominciano gli effetti veri e propri.
Non si ha più la sensazione di fame, sete o sonno, non si percepisce il
dolore e se si hanno delle ferite aperte non adeguatamente curate queste peggiorano,
tanto che si può arrivare all’amputazione.
Ovviamente crea dipendenza e dopo il primo utilizzo il crackudo sente la
necessità di aumentarne il consumo.
Un sistema che loro utilizzano per poter inalare i fumi creati dalla
combustione del crack è quello di prendere un barattolo di plastica con il
coperchio che si può facilmente forare, buttare il liquido che vi è all’interno,
mettervi al suo posto la pietruzza, darle fuoco e inalare i fumi che escono dal
buco che si era creato.
Per esempio i barattoli degli yogurt.
Sapete che come coperchio hanno la patina in plastica che si tira?
Ecco, loro anziché tirarla fanno al centro un buchino, versano fuori
tutto lo yogurt e fanno passare per quel buco la dose di crack.
Bruciandola, i fumi che si creano sono obbligati a passare per quel
buco, essendo l’unica apertura del recipiente; loro avvicinano le narici e
aspirano.
Questo è il sistema più utilizzato e nella nostra mattinata siamo stati
molto attenti negli oggetti che lasciavamo loro, proprio per evitare che
fossero un incentivo a utilizzare il crack.
Distribuivamo per esempio dei recipienti con all’interno un succo di
frutta, fatto come quelli degli yogurt, ma anziché lasciarli direttamente nelle
loro mani, noi stessi li aprivamo e lasciavamo loro solo il contenitore con il
liquido, senza il coperchio sul quale avrebbero fatto il forellino
Qualcuno ha chiesto spiegazioni e sembrava un po’ stizzito, ma da parte
nostra non c’è stato nessun passo indietro.
Una piccola accortezza che può fare molto...
Ho incontrato tanti giovani in condizioni disumane, lasciati a loro
stessi e apparentemente senza prospettive future.
È brutto da dirsi ma allo stato in cui tanti ragazzi sono arrivati
probabilmente non avranno alcuna possibilità di fuoriuscita; o meglio, le
possibilità gli vengono offerte in continuazione ma andando avanti nell’uso di
droga, si arriva ad un punto di non ritorno, in cui a parlare non è più la
persona ma la sostanza stessa.
Credo fermamente che nessuno di quei ragazzi che ho incontrato riuscirà
a disintossicarsi o meglio ancora a cominciare una vita “normale”; eravamo
circondati dallo sballo più totale e vi confesso che nasceva dentro di me un
grande sentimento di tristezza nel momento in cui mi fermavo a pensare a
quello che mi stava capitando intorno.
Paura non ne ho mai avuta: sono ragazzi che certamente non ci stanno
molto con la testa ma quasi da tutti ho sempre ricevuto un ringraziamento per
quello che stavamo facendo.
Lo stesso don Renato ci ha spiegato che la violenza non appartiene molto
al loro mondo; nel momento in cui entrano in possesso di un’arma, la loro
principale e unica preoccupazione è rivenderla, per potersi in seguito
comprarsi del crack.
Tanta povertà, se non miseria, non solo fisica, materiale ma soprattutto
valoriale.
Chissà cosa pensano di loro stessi, se si fermano qualche secondo a
pensare a quello che hanno fatto e stanno facendo, se oltre alla droga danno
importanza a qualcos’altro o qualcuno.
Quello che ho visto è stato spensieratezza più totale unita a
disinteresse per qualsiasi altra cosa all’infuori della droga.
Sì, la possibilità di avere un futuro migliore ce l’hanno, ma avendo
visto quelle condizioni non credo che qualcuno di loro voglia e riesca a
cambiare.
Non è bello dire ciò, e me ne rendo conto, ma la realtà è questa; se
non sono loro i primi a farsi aiutare nessuno riuscirà nell’intento di liberarli.
Don Renato non fa altro che rispondere alla chiamata di amare qualunque
essere umano, al di là di tutti gli errori che questo possa aver commesso.
Ha un grande carattere, per noi in tante occasioni anche da
irresponsabile, ma ci siam detti che se non avesse queste e tante altre
caratteristiche non riuscirebbe a fare quello che tutti i giorni fa con i
ragazzi di strada e non solo.
“Complexo do alemão” e
“crackolandia” sono certo che rimarranno nella mia mente per parecchio tempo;
sono contento di aver conosciuto queste realtà, contento ovviamente non perché
esistono, ma perché ho avuto un’altra opportunità di vedere con i miei occhi
quanta miseria c’è, e quanta fortuna ho avuto nell’essere cresciuto in un
contesto umano e sviluppato, lontano da tutto ciò.
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Ciao Vincenzo. Ci rivediamo presto ?
RispondiEliminaciao Marco! Sì, posso dire che stiamo cominciando a fare una X sul calendario su ogni giorno che passa...
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