Alcuni
aspetti della cultura e della vita se non si vivono in prima persona non si
possono comprendere.
Anche a
Pesqueira ogni tanto veniamo a conoscenza di alcune curiosità che ci lasciano
di stucco, alcune di esse divertenti, altre un po’ meno...
Proprio
qualche giorno fa abbiamo appreso da don Meo che soffiarsi il naso
lo trovano abbastanza ridicolo; e dopo questo annuncio ci siamo spiegati tante
cose.
Trovare i
fazzoletti/tovaglioli è un’impresa e al PODE soprattutto durante il giorno
senti alcune educatrici che tirano su con il naso continuamente.
Di questo ce
ne siamo accorti appena arrivati ma pensavamo che fosse un atteggiamento di
quella particolare persona; e invece la maggior parte non trova di buon gusto
il soffiarsi il naso, ancor di più (sempre appreso grazie a don Meo) se poi il
fazzoletto appena utilizzato non si getta subito ma si mette in tasca.
Vabbè, pure
questo può essere una particolarità di questa cultura, che comunque non
comprendo ma che è caratteristica e che si accetta così com’è (noi il naso
comunque continuiamo a soffiarcelo).
Un’altra
particolarità, forse in questo caso più ristretta a Pesqueira perché piccola
cittadina, è l’approccio che la popolazione locale ha con gli stranieri, e in
modo specifico mi sto logicamente riferendo a noi stessi.
Quando
camminiamo per le strade (forse adesso non più di tanto ma al nostro arrivo
tutti i minuti della giornata) ci squadrano come degli alieni e non vedono
l’ora di capire chi siamo, da dove veniamo, perché siamo là.
Al
supermercato o in vari negozi spesso le commesse ci hanno fermato
chiedendoci da quale nazione venissimo e se eravamo là per turismo (questa cosa
non l’abbiamo molto capita: sicuramente se uno si trova in Brasile per vacanza,
Pesqueira non rientrerà mai e poi mai nei suoi progetti...).
Anche i
bambini sono abituati a vedere sempre le stesse persone, e quando si trovano di fronte
una persona che ha la pelle chiara e che non ha nulla a che fare con un brasiliano, rimangono molto colpiti.
A volte
veniamo fissati per molti minuti consecutivi da bimbi e notiamo che mentre ci
guardano chiedono ai propri genitori chi siamo.
Un giorno
Elisa stava parlando con noi in portoghese e c’era una bimba che la stava
osservando.
Appena
questa ha sentito parlare Elisa nella sua stessa lingua, si è girata verso la
mamma e le ha detto: “sentito? Anche lei parla portoghese!!”.
Sono atteggiamenti che tenuti da bambini mi fanno ridere ma da un adulto di 50 anni mi fanno pensare.
Su questo
aspetto c’è la nostra stessa mentalità di 100 anni fa, di chiusura e meraviglia
di fronte alla novità.
Inoltre noi
siamo arrivati tutti insieme, per cui anche le prime volte andavamo in giro in
gruppo ed eravamo più facilmente individuabili.
Qua non puoi
uscire di casa e andare a comprarti qualche cosa che il giorno dopo vieni
fermato dagli educatori che ti dicono: “ma ieri pomeriggio dov’eri? Ti ho visto
al supermercato che stavi facendo la spesa!”.
E così per
qualunque altra cosa tu faccia normalmente tutti i giorni.
Inoltre non
concepiscono il fatto che siamo quattro persone diverse.
All’inizio
ci vedevano in gruppo e adesso se usciamo singolarmente veniamo fermati perché
si meravigliano di vederci soli, e ci chiedono dove siano gli assenti.
Alla feira
di solito sono io che vado a comprare l’ananas e vado sempre dallo stesso
commerciante.
Mercoledì
scorso sono andato al mercato insieme a Elisa e Gian e ci siamo divisi per
velocizzare.
A comprare
l’ananas questa volta è andata Elisa e quando il signore si è visto di fronte
la ragazza e non me, è rimasto un po’ di stucco e le ha chiesto dov’ero finito.
Questo me lo
ha raccontato Elisa e ci siamo messi a ridere pensando a quanto a volte appartenere
ad un’altra cultura faccia vedere la realtà con occhi diversi.
Un altro
episodio singolare è accaduto durante il nostro viaggio per Petrolandia.
Durante
l’andata ci siamo fermati per fare rifornimento in una pompa di benzina.
Scendendo, siamo
stati avvicinati dalla benzinaia che ha cominciato a parlarci e a chiederci
sempre da dove venissimo, chi fossimo, ecc...
È stata
simpaticissima, molto gentile e cordiale.
E fin qua
tutto bene, un incontro come tanti qui in Brasile.
Il fatto
curioso è che il giorno della messa solenne in Floresta, non so a quante decine
e decine di chilometri di distanza da quel rifornitore di benzina, durante lo scambio della
pace ci avvicina quella stessa ragazza, che avendoci visto ci voleva
salutare.
Qui succedono cose assurde, improbabili e impensabili.
I brasiliani
è vero che sono molto più slanciati in baci e abbracci rispetto a noi italiani,
ma a volte rimango sorpreso per l’affetto che hanno nei nostri confronti, che
siamo gli stranieri e quindi la novità del momento.
Un aspetto
invece di cui vi voglio parlare e che mi ha molto colpito in senso negativo è
purtroppo il razzismo.
All’inizio
non riuscivo a capacitarmi a quest’idea ma adesso ci sto prestando molta più
attenzione e mi rendo conto che è un pensiero molto diffuso.
I bambini
stessi quando ti vogliono insultare o prendere in giro ti chiamano “negro”.
Sentire
questi discorsi da parte dei brasiliani, che sono mulatti, per non dire alcuni scuri quasi come gli africani, che ci prendono in giro (almeno in questo caso non
insultandoci ma scherzosamente) perché noi siamo bianchi, veramente non lo accetto
e mi sembra una cosa dell’altro mondo!
È il bue che
dice cornuto all’asino, ed è una cosa stupida e senza senso.
Ma che
assurdità è quella di insultare un ragazzo perché ha il colore della pelle più
scuro della propria?
Durante il
periodo di quaresima ogni venerdì partecipavamo alla Via Sacra in giro per i
vari quartieri.
Se vi
ricordate avevo detto che alla fine si celebrava la messa e il sacerdote
abbastanza scuro di carnagione, forse discendente da africani per la tonalità
della pelle.
Appena
arrivato qui a Pesqueira, proprio per il suo aspetto, non è stato per niente accettato,
nonostante fosse un sacerdote; e non sono state poche le volte (sia suor
Cristina che don Meo ci hanno raccontato la stessa storia) in cui, durante la celebrazione della messa, alcune persone della comunità si sono alzate e sono uscite in gesto di
protesta.
È qualcosa
di inconcepibile.
Il Brasile,
che inizialmente era abitato solo da indigeni di pelle scura e che è diventato indipendente l’altro ieri, ha questo comportamento nei confronti di persone
normalissime come tutti noi esseri umani.
Come su qualsiasi altro aspetto non bisogna generalizzare, e questo atteggiamento non è
comune a tutti i brasiliani, questo è scontato.
Ma il
razzismo è un problema che esiste e credo che questa nazione debba ancora fare
passi in avanti se vuole dare al mondo l’idea di uno stato sviluppato e giusto.
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