venerdì 7 settembre 2012

Prima di aprire bocca, contare fino a 10! 11 ancora meglio...

Lunedì scorso sono andato a Recife per passare una mattinata con i bambini ospiti dell’ospedale oncologico.
Siamo stati invitati da Iago, ex educatore dell’ASEVI, che organizza uscite ed esperienze da proporre al gruppo di giovani che segue da un po’ di tempo.
E così io e Serena abbiamo accettato l’invito!
La giornata è cominciata abbastanza presto, alle 2 di notte, dovendoci recare in autobus fino a Recife e avendo stabilito di andare in ospedale la mattina stessa.
Ammetto che ero un po’ preoccupato e pensieroso sulla situazione che avrei incontrato, non avendo mai svolto un’esperienza del genere e non sapendo minimamente come potermi relazionare con i piccoli/giovani affetti da tali problemi.
L’ospedale, passato sotto il controllo dello Stato nel 2007 per evitarne la chiusura, è uno dei maggiori e migliori del Pernambuco, con macchinari e strutture più che rispettabili.
Abbiamo girato i vari reparti di quimioterapia, radioterapia e che ospitano pazienti allo stato terminale, per poi passare con i bambini e ragazzi che stavano nella sala dedicata ai giochi, chi vedendo la televisione e chi di fronte ai videogame...
Là abbiamo cominciato a fare qualche chiacchiera e anche io mi sono avvicinato ad una bambina che mi sembrava essere abbastanza timida e riservata.
Non avevo la minima idea di cosa dire né che fare, ma la televisione mi ha aiutato e così ho cominciato a chiederle che programma era quello a cui stava assistendo, se lo seguiva tutti i giorni, se le piaceva o meno.
Il nome della piccola è Carla, e abbiamo parlato anche un po’ dell’Italia, che conosceva di nome ma che non sapeva dove fosse e che forma avesse.
E così si è iniziata una conversazione; a dire il vero più che un conversazione era quasi un monologo da parte mia, ma forse sempre meglio di stare muti e immobili senza uno scambio di parole e quindi emozioni.
Di figuracce ne ho fatte, e credo anche di aver posto tante domande così banali e senza senso che non so immaginare cosa Carla abbia potuto immaginare del sottoscritto; eppure vi assicuro che prima di aprire bocca pensavo e ripensavo a che risposta potesse darmi la bambina, e se quindi la domanda era inopportuna.
Ad un certo punto le ho chiesto dove viveva, se aveva fratelli, se veniva sempre da sola o se la accompagnava qualche amico o parente.
Alla domanda: “per venire qua fai una passeggiata o vieni in macchina?” (ovviamente Carla ha entrambe le gambe e non mi sembrava avesse nessuna malformazione fisica che le impedisse di camminare) lei mi ha risposto: “no, ogni volta vengo in ambulanza”.
E subito dopo ho detto tra me e me: “certo in ambulanza! quanto sono scemo...”.
Ci avrei dovuto riflettere su maggiormente, ma a questa risposta non avevo affatto pensato.
Non ho la minima idea di come si possa sentire un bambino che deve convivere con un male del genere, e ancor meno sapere cosa prova nel sentirsi fare domande banali solo per un fatto di educazione nel tentativo di distrarlo un po’.
Ma se poi ovviamente le domande che gli vengono poste lo fanno ritornare con la mente a quello che sta passando forse è meglio tacere...
Non so cosa sia più opportuno, fatto sta che non è facile affrontare queste situazioni soprattutto se è la prima volta.
Dopo una mezz’oretta che sono rimasto con Carla a parlare del più e del meno, ce ne siamo dovuti andare.
Questo è quello che mi ha dato più fastidio: già di per sé non sapevo come affrontare il tutto, se poi quando comincio a fare qualche passo in avanti dobbiamo andare, allora l'incontro non si è rivelato così utile come mi ero immaginato...
Né per me né soprattutto per i bimbi, che si vedono circondati senza preavviso da 30 ragazzi che non hanno mai visto e che pongono diecimila domande; e che dopo 30 minuti se ne vanno senza aver concluso nulla.
Forse non è molto salutare per loro essere trattati in questa maniera: essere visitati da sconosciuti e non aver la possibilità di instaurare nulla di più importante.
Non voglio dire che sia stata un’esperienza inutile, perché anche da quelle negative c’è molto da apprendere, ma credo fermamente che si sarebbe potuto sfruttare il tempo in maniera decisamente migliore.
Dopo questa giornata sto riflettendo sul fatto che sarebbe bello in Italia conoscere questa realtà e mettere a disposizione il proprio tempo e voglia di fare per chi è più sfortunato di me.
Alla fine si tratta di fare quello che da anni faccio con i bambini che stanno in parrocchia o qua a Pesqueira; in questo caso però sarebbe nei confronti di chi non può uscire dall’ospedale, e non ha quindi l’opportunità di vivere come un bambino “qualunque”.

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