Stando tutti
i giorni con bambini che vivono situazioni familiari abbastanza critiche e in
continua conflittualità con i genitori (quando ci sono...) e che sono obbligati
ad affrontare le difficoltà che la quotidianità pone loro davanti, sono venuto a
scoprire storie di vita che in un modo o nell’altro lasciano il segno.
Ogni fine giornata io, Elisa, Gian e Serena condividiamo quello che abbiamo vissuto
durante il giorno e ci scambiano impressioni e sensazioni avvertite, se c’è
stato qualche episodio in particolare e come si sono comportati i ragazzi.
Tante volte
parliamo di alcuni bambini che ci colpiscono in modo particolare per la loro
vivacità o al contrario per la loro timidezza, di chi non sta fermo neanche a
legarlo e di chi invece vuole stare sempre in disparte per proprio conto.
Negli ultimi
giorni mi sto accorgendo sempre più che non è possibile avere con tutti i
bambini lo stesso atteggiamento, non solo perché ognuno ha un carattere diverso
l’uno dall’altro, ma per le diverse esperienze di vita che i bambini stessi vivono nella quotidianità.
Non bisogna
certo avere una laurea per arrivare a fare questo pensiero, ma sto capendo che
un errore che mi capita spesso di compiere e che invece dovrei abbandonare
sempre di più è giudicare, soprattutto i bambini, senza alla fine conoscere nulla sulla loro vita.
Mi è
capitato spesso di avere dei pensieri negativi su alcuni ragazzi perché sono particolarmente vivaci o perché si comportano con malizia nei miei
confronti, solo per il gusto di farmi perdere la pazienza.
Ma sono
state altrettante le volte in cui sono venuto a conoscenza di storie non
molto belle proprio sugli stessi bambini, sulle loro condizioni in casa
soprattutto; e mi sono detto che forse chi stava sbagliando non era il
ragazzo ma ero io stesso che non comprendevo i motivi del suo atteggiamento.
A posteriori
è facile pentirsi e impegnarsi a non avere più quell’atteggiamento da giudice
nei loro confronti, ma forse questo è un pensiero che doveva nascere fin
dall’inizio di questa esperienza.
Giovedì ho
giocato quasi tutto il pomeriggio con Lourdes, di circa 9 anni.
Fortunatamente
la psicologa dell’ASEVI, Daniele, il giorno prima ci aveva accennato qualcosa
sulla sua famiglia, e questo mi ha aiutato molto per capire come potermi meglio
approcciare con lei nel gioco.
Questa
Lourdes ha circa 4-5 sorelle, non so il numero preciso, ma di sicuro non è la
più piccola.
Il giorno in
cui gli educatori dell’ASEVI sono andati a fare la consueta visita mensile
nella sua abitazione hanno trovato una situazione per niente bella.
Tutte le
altre sorelle che hanno conosciuto erano ben vestite e pulite e non stavano svolgendo alcun lavoro in casa.
Lourdes
invece l’hanno trovata che stava scavando una fossa nel terreno a mani nude
(non si è capito con quale scopo).
Fatto sta
che era l’unica che stava lavorando e anche a livello di pulizia era la sola a
non avere vestiti puliti.
Lei dalla famiglia non viene minimamente accettata, soprattutto dalla madre, che da
quando è nata non ne ha voluto sapere.
Non siamo
entrati nel dettaglio della sua condizione ma questo ci è bastato per capire
che se durante il pomeriggio lei richiama maggiormente la nostra attenzione forse è
anche a causa di questa esclusione di cui è vittima in casa.
È un piccolo
gesto avere un po’ più di pazienza e giocare con lei anche quando fisicamente non
ce la fai più perché è da due ore che corri in continuazione, ma sicuramente aiuta la bimba a sentirsi accettata e amata.
E come
Lourdes ci sono tanti altri esempi.
Mercoledì
sono stato nella sala di Silvana e a metà pomeriggio abbiamo svolto un’attività
divisi in due gruppi perché dovevamo fare due cartelloni con il tema “Cosa
posso fare per migliorare il mondo?”, e dovevamo disegnare quello che realmente
possiamo compiere nella nostra vita.
Un gruppo
era già formato con i maschietti; nell’altro c’eravamo (o almeno ci dovevamo
essere) io, Vittoria, Maria, Lucia e Kate.
Ci dovevamo
essere perché Kate fin dall’inizio è stata esclusa dalle altre perché queste
ultime volevano stare per proprio conto.
Kate ha
avvertito questo rifiuto e si è messa a piangere.
Tutte hanno
più o meno 12 anni, non sono bambine dell’asilo...
Kate in
realtà è una ragazzina molto timida e riservata, che parla molto poco e non ti
dà molte soddisfazioni per le attività che prepari anche per lei e alle quali
non partecipa.
Quello che
mi ha colpito è che si sia messa a piangere quando per tutto il pomeriggio non
ha giocato con noi malgrado la nostra insistenza; pensavo che anche l’attività del cartellone non le importasse molto.
E invece si
è messa a piangere perché rifiutata dalle altre.
C’è stata la
riappacificazione e subito dopo la stessa Kate si è messa a disegnare per tutto il
tempo restante.
Kate è la
più grande di 6 figli, due maschietti e quattro bambine.
La mamma non
è in grado fisicamente, perché malata, di mandare avanti la famiglia ed è Kate
stessa che si deve prendere cura della madre e dei restanti fratelli.
Forse anche
per lei è comprensibile il fatto che non le piaccia molto la compagnia degli
altri bambini e che ti faccia sudare per convincerla a giocare anche solo per 5
minuti; ma adesso, conoscendo la sua condizione, un atteggiamento diverso da
parte mia nei suoi confronti forse è doveroso.
Sono arrivato
a riflettere su questo dopo quasi due mesi, ma adesso non voglio commettere gli
stessi errori che mi sono reso conto di aver compiuto.
Ovviamente
questo non significa essere permissivo e lassista, ma soltanto cercare di
essere più accoglienti del solito e pensare che se quel bambino risalta
rispetto agli altri per il proprio comportamento forse è perché un motivo di
base esiste realmente, che per quanto ci possiamo sforzare non riusciremo mai a
comprendere fino in fondo perché non vissuto sulla nostra pelle.
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