sabato 14 aprile 2012

Meglio tardi che mai...

Stando tutti i giorni con bambini che vivono situazioni familiari abbastanza critiche e in continua conflittualità con i genitori (quando ci sono...) e che sono obbligati ad affrontare le difficoltà che la quotidianità pone loro davanti, sono venuto a scoprire storie di vita che in un modo o nell’altro lasciano il segno.
Ogni fine giornata io, Elisa, Gian e Serena condividiamo quello che abbiamo vissuto durante il giorno e ci scambiano impressioni e sensazioni avvertite, se c’è stato qualche episodio in particolare e come si sono comportati i ragazzi.
Tante volte parliamo di alcuni bambini che ci colpiscono in modo particolare per la loro vivacità o al contrario per la loro timidezza, di chi non sta fermo neanche a legarlo e di chi invece vuole stare sempre in disparte per proprio conto.
Negli ultimi giorni mi sto accorgendo sempre più che non è possibile avere con tutti i bambini lo stesso atteggiamento, non solo perché ognuno ha un carattere diverso l’uno dall’altro, ma per le diverse esperienze di vita che i bambini stessi vivono nella quotidianità.
Non bisogna certo avere una laurea per arrivare a fare questo pensiero, ma sto capendo che un errore che mi capita spesso di compiere e che invece dovrei abbandonare sempre di più è giudicare, soprattutto i bambini, senza alla fine conoscere nulla sulla loro vita.
Mi è capitato spesso di avere dei pensieri negativi su alcuni ragazzi perché sono particolarmente vivaci o perché si comportano con malizia nei miei confronti, solo per il gusto di farmi perdere la pazienza.
Ma sono state altrettante le volte in cui sono venuto a conoscenza di storie non molto belle proprio sugli stessi bambini, sulle loro condizioni in casa soprattutto; e mi sono detto che forse chi stava sbagliando non era il ragazzo ma ero io stesso che non comprendevo i motivi del suo atteggiamento.
A posteriori è facile pentirsi e impegnarsi a non avere più quell’atteggiamento da giudice nei loro confronti, ma forse questo è un pensiero che doveva nascere fin dall’inizio di questa esperienza.
Giovedì ho giocato quasi tutto il pomeriggio con Lourdes, di circa 9 anni.
Fortunatamente la psicologa dell’ASEVI, Daniele, il giorno prima ci aveva accennato qualcosa sulla sua famiglia, e questo mi ha aiutato molto per capire come potermi meglio approcciare con lei nel gioco.
Questa Lourdes ha circa 4-5 sorelle, non so il numero preciso, ma di sicuro non è la più piccola.
Il giorno in cui gli educatori dell’ASEVI sono andati a fare la consueta visita mensile nella sua abitazione hanno trovato una situazione per niente bella.
Tutte le altre sorelle che hanno conosciuto erano ben vestite e pulite e non stavano svolgendo alcun lavoro in casa.
Lourdes invece l’hanno trovata che stava scavando una fossa nel terreno a mani nude (non si è capito con quale scopo).
Fatto sta che era l’unica che stava lavorando e anche a livello di pulizia era la sola a non avere vestiti puliti.
Lei dalla famiglia non viene minimamente accettata, soprattutto dalla madre, che da quando è nata non ne ha voluto sapere.
Non siamo entrati nel dettaglio della sua condizione ma questo ci è bastato per capire che se durante il pomeriggio lei richiama maggiormente la nostra attenzione forse è anche a causa di questa esclusione di cui è vittima in casa.
È un piccolo gesto avere un po’ più di pazienza e giocare con lei anche quando fisicamente non ce la fai più perché è da due ore che corri in continuazione, ma sicuramente aiuta la bimba a sentirsi accettata e amata.
E come Lourdes ci sono tanti altri esempi.
Mercoledì sono stato nella sala di Silvana e a metà pomeriggio abbiamo svolto un’attività divisi in due gruppi perché dovevamo fare due cartelloni con il tema “Cosa posso fare per migliorare il mondo?”, e dovevamo disegnare quello che realmente possiamo compiere nella nostra vita.
Un gruppo era già formato con i maschietti; nell’altro c’eravamo (o almeno ci dovevamo essere) io, Vittoria, Maria, Lucia e Kate.
Ci dovevamo essere perché Kate fin dall’inizio è stata esclusa dalle altre perché queste ultime volevano stare per proprio conto.
Kate ha avvertito questo rifiuto e si è messa a piangere.
Tutte hanno più o meno 12 anni, non sono bambine dell’asilo...
Kate in realtà è una ragazzina molto timida e riservata, che parla molto poco e non ti dà molte soddisfazioni per le attività che prepari anche per lei e alle quali non partecipa.
Quello che mi ha colpito è che si sia messa a piangere quando per tutto il pomeriggio non ha giocato con noi malgrado la nostra insistenza; pensavo che anche l’attività del cartellone non le importasse molto.
E invece si è messa a piangere perché rifiutata dalle altre.
C’è stata la riappacificazione e subito dopo la stessa Kate si è messa a disegnare per tutto il tempo restante.

Kate è la più grande di 6 figli, due maschietti e quattro bambine.
La mamma non è in grado fisicamente, perché malata, di mandare avanti la famiglia ed è Kate stessa che si deve prendere cura della madre e dei restanti fratelli.
Forse anche per lei è comprensibile il fatto che non le piaccia molto la compagnia degli altri bambini e che ti faccia sudare per convincerla a giocare anche solo per 5 minuti; ma adesso, conoscendo la sua condizione, un atteggiamento diverso da parte mia nei suoi confronti forse è doveroso.
Sono arrivato a riflettere su questo dopo quasi due mesi, ma adesso non voglio commettere gli stessi errori che mi sono reso conto di aver compiuto.
Ovviamente questo non significa essere permissivo e lassista, ma soltanto cercare di essere più accoglienti del solito e pensare che se quel bambino risalta rispetto agli altri per il proprio comportamento forse è perché un motivo di base esiste realmente, che per quanto ci possiamo sforzare non riusciremo mai a comprendere fino in fondo perché non vissuto sulla nostra pelle.



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